[La valle di Resia]

GIOVANNI MARINELLI

 La valle di Resia ha principio tra il monte Babba (metri 2,086.13 [Cz.]) e il Guarda, e corre, limitata a settentrione dalle vette gigantesche dello Slebe (metri 2,275.78 [Sdt.]), del Canin (metri 2,475.05 [Mar. Fortin]), del monte Sarte (metri 1,948 [Cic.]), del monte Indrinizza (metri 2,321.68 ∆) e del Pusti-Gost (monte Peloso della carta), e a mezzogiorno dai monti Suovit, Chila, Strop e Lavora (Lavri della carta), elevati circa 2,000 metri, fin presso Resiutta, per chilometri 21.5. La sua direzione generale è da E.-S.-E. a O.-N.-O., e a un terzo della sua lunghezza, partendo dalla foce, comunica con un’altra valle parallela alla stessa, quella di Carnizza, che per il passo omonimo (metri 1,058 [Taramelli]), porta nella valle di Uccea, indi nell’Isonzo, o, se si vuole, in quella del Torre.

 E’ solcata dal torrente Resia, confluente del Fella, e quindi del Tagliamento.

 Dal lato geologico l’egregio Taramelli la giudica valle di sollevamento “poco inclinata ed allungata nel senso della direzione (E.-O.) delle formazioni di cui è scolpita... I versanti sono calcareo-dolomitici, di roccie infraliassiche e triassiche e presso il fondo della valle, per quasi tutto il suo decorso affiorano le dolomie cariate e le marne con gesso della formazione gessifera del trias superiore (formazione di Raibl, Dogna e Cludinico; strati più recenti)” (1) . Essa è altresì caratteristica per essere stata una delle ultime valli della nostra regione abbandonata dal ghiacciaio, che depositava degli avanzi morenici, tanto nelle vallettine secondarie di R. Brumant, presso Gniva, e del R. Resartico, presso allo sbocco della valle, quanto presso San Giorgio di Resia. Poiché piuttosto erratici, che derivati da frane locali, reputa il Taramelli quegli enormi massi che ingombrano tale località, e quindi assieme ad altri fatti testimoni della presenza di un ghiacciaio, nelle ultime sue fasi indipendente da quello della valle del Ferro, ed avante la sua origine nell’elevata massa del monte Canino; unico forse dei ghiacciai friulani, meno quelli di Dogna e di Raccolana, che spingesse la sua fronte verso il nord e quindi più duraturo degli altri.

 Tale vallata è amenissima in quasi tutto il decorso, presentando i caratteri di una comba riempiuta da alluvione (2) erosa in tutti i sensi da vallettine regolari e coperte da bella vegetazione erbacea, da arbusti e da

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boscaglie. Solo i primi chilometri offrono un aspetto brullo e selvaggio e la strada ristretta, a stento e con grave spesa compiuta da quel non dovizioso comune, sospesa com’è sulla costa calcare e franosa, è sempre guasta dallo smottare dell’erta superiore e dal logorìo inferiore delle onde. Del pari gli ultimi chilometri acquistano un aspetto serio e aspro; ma, quantunque il carattere alpino nella valle o manchi o non sia molto spiccato, pure ci sono dei passaggi notevoli ed attraenti.

 La popolazione della valle appartiene ad un unico comune, quello di Resia, per errore denominato nei registri censuari di San Giorgio di Resia. Le frazioni sono 4: Gniva con 495 abitanti, Oseacco con 929, San Giorgio con 527, Stolvizza con 586. L’intero comune ha quindi una popolazione di 2,537 abitanti distribuiti sopra un territorio di chilometri 119.83, di cui ettari 5,000 in boschi comunali e 297.5 privati, in totale 5,297.5 ettari di bosco. Secondo gli ultimi dati del censimento 1871 (1) , la suddetta sarebbe la popolazione di fatto, mentre quella di diritto ammonta a 3,275 anime. In questa guisa tale popolazione apparirebbe di alcun poco aumentata dall’ultima enumerazione austriaca 1857, corretta a computo pel 1862, nel quale anno si attribuiva a Resia anime 3,170, vi si annoveravano 2,608 ditte censite e la rendita si computava a 13,590 lire austriache (2) . E’ ancora tuttavolta da tener conto, che, secondo i calcoli del segretario locale, un 75 abitanti sfuggirono al censimento e che l’anagrafe parrocchiale presenta la cifra di anime 3,400 (3) .

 Questo fenomeno dell’accrescersi lento sì, ma reale della popolazione di Resia (4) , è pur prova di un certo benessere, confermato da altri fatti, di cui terremo parola.

 Fissando poi la popolazione di fatto dei 14 comuni puramente slavi della nostra provincia ad abitanti 26,474 e quella degli altri 8 comuni, dove la popolazione è mista (e quindi un calcolo preciso impossibile), calcolandola a circa 4,000, si può, senza tema di errare di molto, ritenere gli slavi stanziati nella nostra provincia e quindi nel regno 30,500, e perciò i Resiani ne formerebbero la nona o decima parte.

 Il comune di Resia forma una parrocchia, quella di Santa Maria Assunta, soggetta a patronato comunale; per solito è diretta da un parroco, da un curato e da un cappellano; adesso essendo vacante la sede parrocchiale, dipende da economo spirituale.

 I nomi delle località abitate, dei monti, delle valli dei fiumi, anche senza sentire gli abitanti stessi, hanno una forma che palesa evidentemente la origine slava di questi, e, come avviene sempre, o quasi, dei nomi geografici,

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posseggono nella loro lingua un significato che si può riprodurre nella nostra.

 Sulla destra del torrente Resia (che i Resiani chiamano in lor vernacolo Velica Uoda, cioè la ‘Grand’Acqua’), dopo San Giorgio si allineano Lipovaz (lipa e vaz, ‘bel vedere’ o ‘bella villa’; vaz ‘villa’) e Ravanza, come dicono i Resiani (non Rawenz del Bergmann) (1) o propriamente ‘Sul Prato’, traducendo in italiano e come si esprimono i valligiani del Canal del Ferro (2) . Quivi è la sede del municipio e la chiesa parrocchiale e quivi si alloggia, un po’ patriarcalmente, ma trattati abbastanza bene alla Stella d’oro. Dopo toccata Tapermàine (ta per màine, ‘presso la cappella’), si raggiunge quindi Stolvizza (stol? ‘tavola’), Coritis (körito significa ‘truogolo’ e ‘canale di fiume’; infatti, sotto il paese, il Resia corre molto incassato); e più su Berdo (‘monte’). Alla sinistra sonvi Cernapeg (cerna peg, ‘nera pietra’), Oseacco (confrontalo cogli analoghi Ossiach in Carintia ed Osseg in Boemia), e Gniva (slavo nijva, ‘campo, campagna’). I nomi dei torrenti Lasnic (‘del luogo disboscato’, laz), Suhi potoch (suhi, ‘arido’; potoch, ‘rivo’), Doul (‘rugo’), Cernipotoch (‘rio nero’), ecc.; quelli dei monti Internizza (ternizza ‘capanna da pastori’), Slebe, Babba (‘vecchia’), Lascaplagna (‘monte italiano’, laschi, così detto, perché proprietà di quei da Resiutta), Suovit (suo ‘magro, secco’), Chila (kila ‘escrescenza’), ecc., mostrano la stessa origine. Non così, o per lo meno, non così evidentemente il monte de Sarte, il Canin (3) , Guarda (4) , Candin, ecc. (5) .



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 Ciò solo, lo ripeto, basterebbe a far vedere come questa gente appartenga alla grande famiglia slava, qualora i dialetti da loro parlati non lo confermassero. E’ singolare però il tipo delle loro fisionomie, più bello che non apparisca di solito negli Slavi, le faccie barbute, i capelli spesso castani, talvolta neri, la pelle bruna; ciò che indicherebbe per lo meno una lunga permanenza sotto cielo meridionale. Si aggiunga a ciò lo strano costume donnesco, che va però smettendosi sempre più, del tener avvolta la faccia in un fazzoletto, in modo da lasciarla vedere solo per metà nella stessa guisa delle orientali e come si usa tuttora in Bosnia (1) .

 Queste considerazioni mirerebbero ad escludere la loro pretesa parentela coi Russi, più di quello che con qualunque altra stirpe slava, opinione stata emessa per il fatto che un signore (altri dicono un principe) russo passando per Resiutta, capiva il vernacolo resiano, e forse dalla somiglianza del nome, che in friulano suona Roseàns, quasi Rossolani. E’ una ipotesi questa che vale poco più dell’altra di Hercole Partenopeo (Descrittione

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della nobilissima Patria del Friuli, 1604), che li voleva discendenti dai Rethi (1) , tolta forse anche essa da Jacopo Valvasone di Maniago, che una quarantina d’anni innanzi (nel 1565) dava una minuta descrizione di Carnia e del Canal del Ferro (2) , e che parlando dell’abbazia di Moggio aggiungeva: “Sono sudditi di questa abbazia i popoli di Resia, colonia dei popoli Reti, gente che abita lungo un canale bagnato dal fiume Resia abbondante di diversi ed ottimi pesci, e mette capo nella Fella. Vive di armenti, e abbonda di legnami; veste e parla nella lingua schiava, ma corrotta, ed è situata nei confini dei Norici antichi; è paese freddo, e tutto questo tratto manca di vino”.

 E per solo titolo di curiosità aggiungo l’opinione del signor Francesco Rota, che anch’egli in un suo scritto (3) si occupa della “vallata di Resia, ove si è conservata ancora la discendenza dei Cimbri scappati alle disfatte che gli diedero i Romani nelle gole alpine”.

 Più seriamente il Biondelli (4) inclina a reputare i Resiani quali Slavi appartenenti ad uno strato diverso da quello che forma la gran massa slovena che occupa il Friuli orientale, e, secondo lui, i distretti di Tarcento, Cividale e San Pietro, e li crederebbe provanti l’antica diffusione delle nazioni slave nelle provincie venete al di qua dell’Isonzo. Ma in quest’ultima asserzione è contraddetto da un’autorità in materia linguistica, l’Ascoli (5) , e nella prima da un’autorità in etnografia, lo Czörnig (6) . Io poi (se mi è permesso d’impancarmi a cattedra con questi maestri), accetto la sentenza di Ascoli, in quanto questo illustre linguista non ammette una prisca diffusione, quasi un substrato slavo precedente le genti celte e italiche nella nostra regione; ma sarei inclinato a stare col Biondelli, in quanto egli non crede i Resiani legati da vincoli di troppo intima parentela colla massa slovena, che oggi occupa la parte orientale del Friuli. Gli argomenti da cui traggo tale deduzione sono le accennate caratteristiche fisiche, il colorito e il costume: argomenti che però io stesso riconosco insufficienti per condurre a serî risultati (7) . I quali

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veramente si possono attendere in linea precipua dagli studi filologici, condotti con pazienza da chi abbia famigliari i vari vernacoli slavo-meridionali e sia fornito di tutto il corredo degli studi che l’odierna scienza linguistica richiede.

 E difatti finora la parola più attendibile venne data dal professore J. Baudoin de Courtenay, attualmente in Varsavia, e che nel 1874 passava tutto l’estate e l’autunno fra noi, studiando le stirpi slave delle nostre montagne nella loro lingua, nei costumi, nelle canzoni e nella storia. Nella operosa dimora di un mese a Resia, egli poté ammassare un ricco materiale di appunti e di notizie, le cui conclusioni gli furono argomento di due notevoli pubblicazioni, entrambe in lingua russa e riguardanti i Resiani.

 Nella prima (1) tratta delle particolari proprietà dei dialetti (e non dialetto) resiani, dei quali trova quattro varietà principali: San Giorgio, Gniva, Oseacco e Stolvizza, e due secondarie: Ravanza ed Uccea; espone le loro caratteristiche fonetiche e le attinenze con gli altri idiomi slavi.

 Siccome non conosco menomamente la lingua russa, per mettermi a giorno del contenuto di tale libro mi fu mestieri servirmi di una lunga lettera scritta in lingua italiana dall’autore medesimo al professore Giuseppe Vogrig, di Udine, contenente la traduzione della parte più notevole del medesimo.

 Riassumendo brevemente il contenuto di tale lettera, mi risulta che il substratum principale dei citati dialetti sarebbe lo slavo del ramo serbo-croato occidentale (ciakavio) e quindi prossimo a quello parlato dagli Slavi dei distretti di Gemona e di Tarcento (2) e più lungi da quelli della Dalmazia, del litorale croato, di parte dell’Istria e delle isole del Quarnero. Ma notevolissime sono le differenze che corrono fra i dialetti resiani da una parte, e quelli ora accennati dall’altra, differenze che sarebbe lungo esporre, ma che si debbono in parte attribuire all’influenza di un elemento straniero sovra di quelli. Perciò i dialetti di Resia andrebbero collocati nella categoria dei dialetti misti, coordinati al ceppo serbo-croato; ma quello che vi ha di singolare in loro si è che l’influenza subìta derivò dal contatto con una stirpe finnica, come toccò già ai Bulgari e ai Grandi Russi.

 Contuttociò l’autore agevolmente dimostra come i Resiani non abbiano potuto appartenere al ceppo bulgaro e tanto meno al russo (3) ;

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ma che forse sarebbe da ricercare tale attinenza negli idiomi ungarici.

 Invece l’influenza che poterono arrecare agli idiomi di Resia le molteplici relazioni con popoli di stirpe germanica, e più ancora cogl’Italiani, si limitò solo all’intromissione di un certo numero di vocaboli, scarsi per quanto si riferisce al tedesco, molto più numerosi per ciò che spetta all’italiano, come appare dalla seconda pubblicazione riguardante lo stesso soggetto (1) .

 Contiene questa importanti documenti per lo studio della lingua resiana, come sarebbero un brano di Dottrina cristiana, indi parecchie preghiere: Pater noster, Ave Maria, Credo, Atti di fede, ecc. Ciò in una prima parte. Nella seconda un intero Catechismo, sempre nell’istesso vernacolo, che appartiene agli ultimi anni dello scorso secolo, come appare dal motto:

 “Questo Libro fù Scritto dame franc.o domen.o Micelli. Anno 1797. Resia Gniva.”

 Da tali documenti si svela l’influenza del contatto perenne con gli abitanti del Friuli nell’intrusione di un gran numero di vocaboli tanto del vernacolo friulano quanto dell’italiano. Però essa non ebbe alcuna efficacia modificatrice né sulla grammatica, né sui suoni; anzi i nostri vocaboli (e così dicasi dei pochi tedeschi) subirono tutta l’azione delle leggi organiche e grammaticali del resiano, assumendo i suoni loro, e, per esempio, i nomi, le inflessioni dei casi e dei numeri, comprendendovi il locativo, lo strumentale e perfino il duale, tanto evitato dalle lingue italiche, ed i verbi, quelli dei tempi e dei modi. Potrei addurre numerosi esempi (2) di tale

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fatto che ho riscontrato vero nei casi analoghi rispetto ai dialetti tedeschi di Sappada, Sauris e Timau, se non mi accorgessi di avere già abbastanza digredito su tale argomento, perlocché mi limito ad offrire in nota (1) al lettore filologo alcune delle preghiere accennate e passo oltre.

 Quando i Resiani venissero ad abitare la vallata da loro oggi occupata, non si sa. Quello di cui non v’ha dubbio, è ch’essi furono, come appare dal citato documento (2) , soggetti alla celebre Badia di Moggio, fondata, lo vedemmo, sulla fine del secolo XI e che stendeva la sua giurisdizione oltre il canale di Gorto da un lato e dall’altro oltre Pontebba, confinando coi dominii del vescovo di Bamberga verso oriente. Ne trovo rammentato taluno in documenti del 1242 (3) cioè un mastro Wolrico di Resia, quindi altri in fonte 14 febbraio 1274 (4) . Nel 6 giugno 1329 il cardinale Legato Bertrando conferisce a Francesco di Resia il vicariato perpetuo del monastero di Moggio, vacante per la morte di Candido di Varmo (5) ; poi fra i testimoni si trova un Jacobo Decano di Resia in una investitura del 3 luglio 1329 (6) ; nel 1331, 17 novembre, un Galusio di Strolvizza (Stolvizza?); nel 1341, 11 agosto, uno Stefano q. Jacopo di Gniva viene investito di uno stabulo cum pratis in Postpolutnig, e nel 1354, 24 ottobre, nell’investitura in cui il patriarca Nicolò conferma il dominio di Moggio all’abate Guido (7) , si accenna ai beni ed agli uomini che gli spettano canalibus Mocii, Resie e Scluse, ecc. Nel 1361, 1o luglio, troviamo un Francesco q. Jacopo di Resia, notaio imperiale, e nello stesso documento appare un Pellegrino q. Jacopo di Resia e un Tosono q. Galusio di Oseaco; nel 1397, 19 maggio, un testimonio giurato super pascuo nominato in Plaas Resia; nel 14 novembre del 1428 un compromesso fra

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i comuni di Campolaro e di Resia; ma più importante è l’esenzione da ogni angaria, che il doge Francesco Foscari concesse al Canale di Resia con lettera al luogotenente della patria del Friuli in data 28 febbraio 1450. Dopo tale epoca, meno un’investitura del monte Inderniz al comune di Stolvizza del 24 febbraio 1461, la maggior parte dei documenti riguarda controversie di diritto e d’interessi fra i comuni della valle del Ferro, ovvero fra Moggio e l’abate per la facoltà di nominare giudici nei quartieri, ed anche quindi in Resia. La quale del resto continuò a rimanere sotto la giurisdizione dell’abbazia fino alla sua soppressione, succeduta da parte della reppublica nel 1777, dopo il quale anno si conservò nel vicario foraneo di Moggio la supremazia ecclesiastica sulla parrocchia di Resia, come sulle altre della val del Ferro, a quella stessa guisa che in Moggio si conserva la giurisdizione civile e giudiziaria quale sede della pretura e finora anche del commissariato.

 All’epoca delle lotte tra Venezia e l’Impero, e particolarmente sul finire del XV e sul principiare del XVI secolo, questa valle accrebbe l’importanza sua, perché vi metteva capo un passo che dalla val d’Isonzo, e propriamente dai dintorni di Plezzo, conduceva a Resiutta, cioè alle spalle della Chiusa che serrava la via di Germania; poiché è forse al passo di Carnizza che da Resia mena in val d’Uccea, cui allude il citato Valvasone di Maniago (pagina 182), quando accenna a due Gironi che custodiscono quella strada; mentre in una relazione del luogotenente veneto Nicolò Tiepolo (25 agosto 1735) si accenna alla necessità di riparare al pericolo che gli Imperiali penetrassero pel passo di Raibl in Raccolana e da questa valle per la Resia, a Resiutta e Venzone, e si assicura come questo caso fosse stato preveduto dai patriarchi, che vi avevano anche provvisto colla costruzione di due forti nel canale di Resia sopra le ville di San Giorgio e di Stolvizza, dei quali tuttora se ne conoscono le vestigia (1) .

 In oggi non si saprebbe proprio dove fossero questi fortilizi, ad uno dei quali allude anche il Ciconi (2) , che asserisce esistere presso la chiesa di San Giorgio. Io stesso realmente, poco lungi dalla Via Crucis, posta presso a Prato, trovai indizi di fortini; ma mi sembra più notevole di tutto il fatto che sopra Stolvizza si dà il nome di Grat (‘castello’, confronta gorod, russo, Gradisca, Belgrado, ‘Castel Bianco’, ecc.), ad un luogo dove giacciono sotterrati ruderi e macerie. Comunque sia la cosa, che merita, e spero lo sarà, depurata in tempo non lungo, è indubitato come tale passo conducente a Flitsch fosse molto frequentato, il che si può dedurre anche dalle cure poste a custodirlo nei casi di pestilenze e di epizoozie e dai numerosi caselli di guardia che si collocavano lungo le due valli sorelle.



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 Che poi la vallata di cui ora c’intratteniamo avesse nel secolo scorso una certa importanza, lo si può dedurre anche dal fatto: che in un riparto di spese sostenute da diversi comuni per settamenti di passi, fatto in Resiutta nel 18 maggio 1740, li quattro comuni di Resia furono tassati per lire venete 5,739.00, cioè più che qualunque altro dei comuni del canal del Ferro, meno Moggio (1) .

 Adesso la popolazione di Resia, mantenutasi distinta fra quelle che l’attorniano per essere rimasta a lungo (fino al 1837) priva di strade carrettabili, perdura povera nel suo territorio, costretta a trarre la vita mediante il lavoro, sostenuto in gran parte dalle donne, sulle scarse ed aride zolle della valle. Gli uomini emigrano e corrono in Germania o nella pianura veneta a fare gli operai, o merciaiuoli ambulanti, o i venditori di mole da arrotino, di vasellame e di pentole, ed è uno spettacolo doloroso, ma che per fortuna adesso occorre di rado agli abitanti delle basse friulane, quello di vedere sobbarcato ad un pesante baroccio a due ruote un uomo che a mala pena trascina il suo carico, aiutato da una donna, le cui calze grossolane senza pedule, le corte sottane nere ťumazat e il tradizionale fazzoletto che copre il volto spesso roseo e paffuto, tradisce per resiane.

 Però questo è un’eccezione che vale per poche famiglie, poiché lassù nella loro valle vivono essi in generale di polenta, patate, latte, burro, formaggio e carni di maiale; perciò adesso non si potrebbe in coscienza affermare che i latticini siano oggetti di lusso e che essi non usino mai cibarsi di carni (2) . Anzi da informazioni locali consta che il consumo del vino è di circa 300 ettolitri all’anno, e che vi si ammazzano per alimento degli abitanti un 50 vitelli, da 50 a 60 pecore, una dozzina di vacche e giovenche, e vi si consumano sempre annualmente più di 3 quintali di carne di manzo comperata a Gemona, Venzone, Moggio, Resiutta od altrove. Un’altra prova di buona condizione di vita sta nell’uso diventato ormai comune del caffè e nel trovarsi spesso frequentate le 23 vendite di coloniali e le osterie, che si trovano disperse qua e là nel territorio di Resia.

 La stessa emigrazione, un tempo scarsamente produttiva, adesso per loro è di grande aiuto, poiché oltre a quelle famiglie che, già rese agiate dai lucri, trovarono conveniente di fissare la loro dimora nell’Ungheria, in Boemia, in Moravia, in Austria ed in Baviera, quasi un quarto della popolazione vive mediante negozî, conduzioni d’opera, noleggi e simili

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relazioni intraprese a Marburg, a Gratz, a Klagenfurt, a Villacco, a Vienna, a Monaco ed altrove, e così supplisce al raccolto della valle che non basta mai al bisogno.

 A prova del miglioramento economico di tale regione giova osservare il fatto che, mentre alcuni anni or sono le case erano ancora senza camini, quasi tutte coperte di paglia, ed in tutta la valle di Resia non si trovavano bestie da soma (1) , adesso una crescente prosperità si annuncia nelle abitazioni che van sempre migliorando e che accennano perfino talvolta ad una certa eleganza, nelle vesti abbbastanza pulite, e finalmente nell’esservisi introdotti cavalli e somieri.

 Svegliati ed intelligenti ci sembrarono poi i Resiani, fra i quali va lentamente sì, ma pur diffondendosi, l’istruzione, tanto che riscontrammo già alcune donne che sapevano leggere e scrivere (2) , cose affatto ignorate pochi anni addietro; anzi taluna di esse capace di un certo spirito e di servirci da guida ed interprete nel viaggio che facevamo rissalendo la valle, al qual viaggio è tempo che ritorni, chiedendo scusa al lettore dilettante e meramente alpinista se troppo mi sono indugiato intorno a questo soggetto molto interessante, a mio avviso, pel lettore erudito e curioso della etnografia (3) .

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NOTE



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1. Taramelli prof. Torquato, “Dei terreni morenici ed alluvionali del Friuli. Monografia geologica” (con due tavole). In Annuario dell’Istituto Tecnico di Udine, Anno VIII, 1874. Udine, Seitz, 1875. (↑↑)

2. Intorno a questa alluvione ed alla singolarità per cui essa è più elevata sul filone a valle che non a monte, e intorno all’antico ghiacciaio del Canino, vedi Taramelli T., “Sugli antichi ghiacciai della Drava, della Sava e dell’Isonzo”, lettera al professore Stoppani, pagina 10, in Atti della Società Italiana di scienze naturali, volume XIII, fascicolo III, 1870. (↑↑)



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1. Tolti dall’Annuario Statistico dell’Accademia Udinese, inedito. (↑↑)

2. Ciconi, Udine e sua provincia. Udine, Trombetti-Murero, 1862. (↑↑)

3. Annuario Ecclesiastico della città ed arcidiocesi di Udine pel 1873. Jacob e Colmegna, 1873. (↑↑)

4. Che nel 1848 numerava 2,879 abitanti. Bergmann, “Das Slavische Resia-Thal” in Archiv für Kunde österr. Geschichtsquellen. (↑↑)



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1. Bergmann, loc. cit. — Ascoli, Studi critici. Gorizia, Paternolli, 1861, pag. 46. (↑↑)

2. Canale non significa in Friuli, in Istria ed altrove se non ‘vallata solcata da qualche considerevole corso d’acqua’. Per canale del Ferro s’intende in Friuli la vallata del Fella da Pontebba al suo sfociare in Tagliamento. (↑↑)

3. Il più antico documento che, per quanto io mi sappia, ricordi il Canino, è il testamento, di data incerta, ma che, pur sbagliando di poco, porta l’epoca MLXXII Indiz. XII. del conte Cazzellino o Chezzellone, con cui esso fonda l’abbazia di Moggio, facendole dono di vasti beni allodiali limitati dagli “Ursinum (?) et Caninum montes qui terminant versus Marianum montem”, e più sotto vengono ricordati i monti Moltasium, Sarth, ecc. (Vedi Liruti, Notizie delle cose del Friuli, tomo V, pagina 226, Udine, 1777). In un’altra carta (8 maggio 1279) riguardante pure gli stessi confini, e da me ricopiata da un volume di Stampe per liti, posseduto dal dottore P. Beorchia-Nigris, di Ampezzo, trovo nominati, tra altri, i monti Montasio, Garto (Guarda?), Babba e Canino. Lo stesso confine ed i monti che lo segnano furono argomento di interminabili controversie tra i Veneziani ed i Goriziani (Vedi “Relazione dei Provveditori Veneti del 1685, 1688”. — “Rettifiche di confini del 1755”, ecc., in Antonini Prospero, Del Friuli, Documenti; Venezia, Naratovich, 1873, editore P. Gambierasi in Udine).
Non sarei inclinato tuttavia a ritenere, col Biondelli, slava la forma Canin, ma piuttosto latina, quasi a dar nome a tal monte sieno stati i coloni abitanti della pianura che da lungi vedevano quello primo ed ultimo biancheggiare fra le circostanti vette della catena Giulia, a meno che non si voglia farla risalire alla radice celtica Ken, ‘pietra’, apparendo essa il più enorme macigno dei dintorni, e rammentando come certamente fra i primi abitatori di queste Alpi debbansi annoverare i Celti. Si badi però che in friulano si chiama la mont Cianìne, colla c dolce. (↑↑)

4. Il ritrovare questo nome, o analogo, sempre nei monti di confine, (Varda, presso il lago di Misurina in Cadore; lago e castello di Garda; torrente La Varda nei sette comuni; monte e casera di Garda presso Feltre; monte Gardéole presso Montpellier;

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Guarda nel gruppo Silvretta; val Gardena e Gardanatsch in Tirolo; monte Gardetta e monte di Gardiola Lunga presso il Monviso; Gardellòn presso Agordo; lo stesso La-Vardet nel canale di San Canciano, e forse Gorto, in friulano Guart, canale e castello in Carnia, ecc.), mi indurrebbe a ritenere un certo legame fra tale denominazione e la guardia o custodia del confine a mezzo di fortilizi o di scolte; a quella stessa guisa della parola Meta o Mea e derivati (Tanamea, ecc.), che esprime ‘termine’, e Muda (tedesco Mauthen), indizio di dogana sulle strade nel medio evo. Del resto arrischio questa mia osservazione puramente come una ipotesi, covalidata però, a proposito del monte Guarda, dal fatto che sui due suoi versanti si collocavano nei secoli scorsi i caselli di guardia nei casi di contagi o di guerre. Vedansi a questo proposito nell’Archivio dei Frari a Venezia i riparti che contengono gli atti riguardanti il Comitato dei Provveditori alla sanità col titolo: Disegni degli appostamenti sanitari di lazzaretti ed altri, buste I, II, III, IV, V, VI, VII e X. Né taccio come uarte in resiano suoni ‘giardino’, ed uvarnat, ‘custodire’; il che poi corrisponde alle attinenze che tal nome possiede nelle varie lingue del ceppo indo-europeo, poiché in esse si trova garden (inglese) e Garten (tedesco), gards (gotico), chórtos (greco), hortus e cohors, cohortis (latino), gradu e gorod (slavo e russo), karto (antico alto tedesco), corte e cortina (italiano), col significato di ‘giardino, recinto, corte, fortilizio, castello’ e simili. — Vedi in argomento anche: Max Müller, Nuove letture sopra la Scienza del Linguaggio, tradotte da Gherardo Nerucci, volume I, pagina 240. Milano, Treves, 1870. (↑↑)

5. Sono abbastanza degni di menzione i nostri nomi geografici in bocca a questi Slavi incastrati nelle terre nostre, ne cito alcuni a mo’ d’esempio. A ‘Resiutta’ i Resiani danno il nome di Tanabile (‘sul luogo bianco’); a ‘Moggio’, Musetz; a ‘Venzone’, Puschevez (vaz, ‘villa’, e pusche, forse corrotto dal tedesco Peitschen, ‘frusta’, chiamando i Tedeschi a ‘Venzone’ Peitschendorf, cioè il paese dove essendovi l’inderlech (‘niederlage, deposito, scarico’) nel medio evo, i carradori dovevano fermarsi e si rifornivano degli arnesi mancanti); a ‘Gemona’, Humün (tedesco medioevale Clemaun); a ‘Pontebba’, Potabia; a ‘Cividale’, cui gli Slavi per solito danno il nome di Staro Mesto, ‘città vecchia’, essi hanno conservato l’appellativo italiano. I ‘Tedeschi’ (per solito in islavo Niemiç) per essi sono Tinischi, gli ‘Italiani’, Talian o Laschi, e gli altri ‘Slavi’, Tibuschi. (↑↑)

1. Ficco in una nota una triste particolarità, che rendeva pur meritevole di studio la schiatta di Resia, ed era una forma speciale di sifilide, detta scherlievo, comune in Croazia e presso certe famiglie slave. Potemmo vedere in quale guisa essa deformasse la faccia, in una povera donna, che ci si presentò dinanzi all’osteria di Prato, avendo il naso e la bocca rosi quasi completamente dall’infame lue. Adesso per altro tale malattia è quasi interamente scomparsa, mercé la cresciuta coltura e la politezza del corpo. (↑↑)



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1. Vedi Bergmann, Opera citata. (↑↑)

2. Descrizione della Carnia. Udine, Jacob Colmegna, 1866, pagina 20. (↑↑)

3. Estenzione e reddito censuario del dipartimento di Passariano, del signor F. Rota. Udine, Pecile, 1807. (↑↑)

4. Biondelli, “Prospetto topografico-statistico delle colonie straniere in Italia” in Ascoli G.I., Studi critici. Gorizia, Paternolli, 1861. (↑↑)

5. Ascoli, Opera citata, pag. 46 e seguenti. (↑↑)

6. Czörnig (Fr. von) Carl. Die Vertheilung der Völkerstämme und deren Gruppen in der Oesterreichischen Monarchie. Wien, K.K. Hof- und Staatsdruckerei, 1861.
Anche di recente, nella citata lettera 16 aprile (Vedi nota 1 a pag. 200), S.E. il signor barone Di Czörnig mi confermava tale suo giudizio, tratto da esame filologico praticato da competenti scienziati. Secondo tale giudizio, che dal citato signore venne pubblicato nella sua grande opera L’Etnografia dell’Impero Austriaco, indi nell’analoga Gran Carta geografica, il resiano non sarebbe altro se non uno sloveno molto corrotto con alcuni vocaboli di lingue straniere, anche tedeschi. Però vedi avanti. (↑↑)

7. Vedi anche: Paul Jos. Schafariks, Slawische Alterthümer. Deutsch von Mosich von Aehrenfeld. Leipzig, 1844, volume I, pag. 258 e seguenti, e volume II, pag. 315, 344

[p. 183]

e seguenti. L’ipotesi dell’attinenza coll’idioma russo, avvalorata solo dalla circostanza che quel signore russo passando per Resiutta comprese il vernacolo resiano, è divisa altresì dal Girardi, Storia fisica del Friuli, volume III, pag. 173. (↑↑)

1. Opit Fonetiky Reziansky Govorov (Ricerche fonetiche sui dialetti resiani). Varsavia, E. Wende e Comp. — Pietroburgo, L.E. Cozançicow, 1875. (↑↑)

2. Opinione diversa da quella del Biondelli (vedi pagina precedente). (↑↑)

3. Siccome tale leggenda che i Resiani siano derivati dai Russi è troppo divulgata e creduta, non reputo fuor di luogo riferire per disteso i due argomenti che, secondo il Baudoin, respingerebbero tale ipotesi:

[p. 184]

  1.  1) Se i Resiani fossero Russi, allora non potrebbero avere: glava, hlava, lava, ‘testa’, ma holovà o golovà; non bràda, ‘barba’, ma borodà; non klàs, ‘spiga’, ma kòlos; non las, ‘capello’, ma vòlos; non vrana, ‘cornacchia’, ma voròna; non krava, ‘vacca’, ma koròva; non srida, ‘mercoledì’, ma seredà; non brig o brih, ‘riva’, ma bereg, ecc.;
  2.  2) Se i Resiani fossero Russi, dovrebbero avere: placiat, ‘pagare’; berègia, ‘pregna (dicesi di bestie)’; e non platjat; broèja o broèa, come hanno di fatto.
(↑↑)

1. Reziansky Catechesis cac Prilosegne k opitu fonetiky Reziansky Govorov s primieciamiami i slovarem isdal J. Baudoin de Courtenay (Catechismo Resiano, come aggiunta alle ricerche fonetiche sui dialetti resiani, con introduzione e glossario, pubblicato, ecc.). Stessa edizione e data del precedente. (↑↑)

2. Fra le parole introdotte trovo, per esempio, sachrament, il quale nei vari numeri e casi subisce le seguenti inflessioni:
 SingolareDualePlurale
Nominativosachrament, sacramentsachramíntasacramintuoi e sachramintuoi
Genitivosachramìntasacramintuov, sacramintou
Dativosacramintu
Accusativosacraminte, sachraminte
Locativosacramintesacraminthe
Strumentalesacraminti
Il verbo diventare nella loro lingua si muta in dovantat, doventat, deventat, e nel passato douantalli ‘sono diventati’, ecc.
Fra le parole tedesche intruse e modificate trovo: limar (immer), ‘sempre’; shihnuan (segnen), ‘benedetto’, e shhinuvagne o sichnuvagne ‘benedizione’; shincujen (schenken) ‘io offro’; e poche altre. (↑↑)



[p. 185]

1. Ecco il Pater noster, ecc. — Oggià nash, che ste tou nebbe, svete bodi uvashe jmme, pridi han (!) uvasha crajusche, bodi sdilana uvasha volontat, tachoi tou nebbe, pà sè nà semgnì. Dajte nan nash uvsachidigni cruh, anù utpustite nan nashe dolhe, taccoj mi odpushgiamo nashin dushnichen; anù ni pijte (var. zapijite) nas tou tentaziun, mà vibranite nas od hudaha, od crivaha. Taccù bodi, aliboj. Amen.
Ecco l’Ave Maria. — Saludana bodite, Maria, punzhacha hrazije: Hosput je s uvami, shihnana (tedesco) je te sat od uvashaha svotà, Jeshus. Sveta Maria, mattj od Boha, prosite sa nas hrishniche ignan anù tou tò oro od nashe smarti. Taccù bodi.
Angele Dei. — Agnul Boshij, h uvan cha jà si raccomandan, od shurigne dubrute, uvarite me, rezhinajte me, illuminajte me, hovarnajte me, din anù nug. Taccù bodi.
Del Pater noster riporto una variante di cui sono debitore alla cortesia del segretario comunale: Ogià nash, ki vi stö tau nöbe svetu bodi uashe imme, pridi li nan uasha krajusca, bodi sdilana uasha volontat, tacoi tau nöbe pa tana zemij. Daitenan ussaki dögni kruh, udpustite nan dolu nashe dulghe tacoi mi odpusgiamo nashin dulsnichen. Ne zapeijtenas tau tentazion, ma vibranite nass od hudaga crivega. Itaco to bodi. (↑↑)

2. Vedi nota a pag. 180. (↑↑)

3. Da documenti inediti raccolti dal signor tenente De Gaspero (della 15a compagnia alpina), ed a me da lui gentilmente comunicati. (↑↑)

4. Documenta Hist. Forojul. ab anno 1200 ad 1299 summ. regesta a P. Jos. Bianchi. Wien, 1861. (↑↑)

5. Documenti De Gaspero (Provveditori sopra feudi, fascicolo VI, 6. Archivi de’ Frari). (↑↑)

6. Stampe per liti. (↑↑)

7. Liruti, Opera citata, tomo V, pag. 240 e Stampe per liti. (↑↑)



[p. 186]

1. Antonini commendatore Prospero, Del Friuli, ecc., Venezia, Naratovich, (editore P. Gambierasi, Udine) 1873, pag. 363 e seguenti. (↑↑)

2. Udine e sua provincia, pag. 519. (↑↑)



[p. 187]

1. Stampe per liti. (↑↑)

2. Queste stesse cose asseriva pure fin dal 1577 Giovanni Battista Pittiano, notaio di San Daniele, in una sua Descrizione della fortezza e del canale della Chiusa, pubblicata per nozze (Udine, 1871, Seitz) dal dottor V. Joppi. “Gli abitanti sono poveri e vivono tenendo animali latticini, fanno assai formaggio che portano fuori e vendono per il paese, menano ancora fuori tavole da vendere.”
Oggi poi sono ancora reputati in Friuli per buon gusto i vitelli ed il burro di Resia. (↑↑)



[p. 188]

1. Bergmann, luogo citato. (↑↑)

2. Con tutto ciò Resia è uno degli ultimi comuni del Friuli riguardo a numero di scuole e di allievi. Le statistiche ufficiali del Provveditorato danno per Resia (anni 1872-1873) una scuola maschile con 58 allievi e 610 lire di stipendio pel maestro sacerdote, ed una scuola femminile con 38 allieve e 416 lire di stipendio per la maestra. Altre informazioni comunicatemi cortesemente dal segretario per l’anno 1873-1874 offrono i seguenti dati: una scuola maschile con 128 allievi inscritti e lire 800 di stipendio pel maestro sacerdote, ed una scuola femminile con 58 allieve inscritte e lire 366 (!) di stipendio per la maestra.
Accenno poi che la distanza della frazione di Coritis alla scuola è almeno di 10 chilometri, e da quella di Uccea chilometri 17! (↑↑)

3. Per chi volesse approfittare di tutto ciò, che in genere di notizie fu dato sulla valle di Resia, aggiungo questo elenco bibliografico a completamento dei libri, che ho già avuto occasione di citare in nota.
Dobrowsky, Slavin, Praga, 1834. “Ueber die Slaven in Thale Resia”. — Non ho potuto consultarlo, ma so che giudica quel dialetto come un misto di slavo della Carinzia e di voci italiane.
Hacquet Balthassar, Abbildung und Beschreib. der süd-westl, und östl. Wenden, Illirier und Slaven. Leipzig, 1805. — Non ho potuto nemmen questo averlo tra mani.
Valussi Pacifico, Il Friuli. Studi e reminiscenze. Milano, 1865, pag. 212 e seguenti. — E’ uno schizzo breve, ma interessante e vivace.
Viviani Quirico, Gli ospiti di Resia. Udine, 1827. — Romanzo inconcludente.
Dall’Ongaro, Articolo sulla Favilla, Trieste, 1840, e nel Cosmorama, Milano, 1842.
Arboit professore A., “Resia” in Giornale di Udine del 7 e 8 settembre 1869, no 213 e 214. — L’autore fa uno schizzo della valle e dei costumi degli abitanti ed esprime il parere che sieno di provenienza nord-orientale. Riguardo alla lingua loro l’Arboit ha avuto la opportuna idea di farsi trascrivere il Pater noster in loro vernacolo. Non lo riporto, avendo motivo di dubitare dell’esattezza della riproduzione, massime perché fatta da cui non sono, come non lo sono per chi scrive, famigliari le lingue slave, e perché non corrisponde né a quello citato da Baudoin, né a quello inviatomi dal segretario. (↑↑)

Bollettino del Club Alpino Italiano
24, 1875
pp. 178-188
http://purl.org/resianica/marinelli/1875a