Note glottologiche intorno alle lingue slave e questioni di morfologia e fonologia ario-europea

JAN BAUDOUIN DE COURTENAY

I. Sull’armonia vocalica (delle vocali) nei dialetti resiani.
(Italia, provincia di Udine, distretto di Moggio, comune di Resia.)

 I Resiani, di numero circa 3300, abitano nell’angolo settentrionale-orientale dell’Italia, nel distretto di Moggio, provincia di Udine. Il loro territorio tocca l’Impero austriaco, e consiste nelle due vallate, la grande Valle di Resia e la piccola Valle di Uccea, dove si trovano non molto più di 500 abitanti. Il Monte Canino separa la Valle di Resia dall’Impero austriaco, mentre la Valle d’Uccea è aperta appunto verso l’Austria. La più vicina stazione ferroviaria di Resia è Resiutta, dalla quale si passa nella Valle di Resia per una strada fra le montagne da ambedue le parti.

 Una particolareggiata descrizione della Resia e dei Resiani, tentai già in un articolo russo:

  •  “Rezja i Rezjane”, stampato nel Slavjanskij Sbornik, Raccolta slava, tomo III. Pietroburgo, 1876, e pubblicato anche separatamente.

 Oltracciò le notizie più o meno esatte su questo piccolo popolo, si possono trovare nei seguenti lavori ed articoli:

 Ho nominato qui soltanto alcuni lavori, scritti nelle lingue più conosciute, tedesca e italiana. Chi può leggere i libri slavi, come anche chi desidera farsi un concetto più esatto della letteratura relativa a questo tema, troverà informazioni sufficienti nei lavori ed articoli di Stanko Vraz, I. Sreznevskij, A. Pis'ely, St. Kocijanc'ic', O. Caf, J. Bergmann, P. S'afar'ík, ec., e nella citata mia opera: “Rezja i Rezjane”, pag. 366-371.

 Fra il popolo, anzi fra le persone intelligenti della Resia stessa e dei paesi vicini è divulgata la leggenda, che i Resiani provengono dalla Russia, e per conseguenza sono Russi, ossia in ogni caso più affini ai Russi, che non agli altri popoli slavi. Per provare che questa leggenda è una favola popolare, senza veruna base scientifica, basta la seguente riflessione:

  1.  1) Se i Resiani fossero Russi, allora non potrebbero avere: gláva o hláva o láva ‘testa,’ bráda ‘barba,’ klás ‘spiga,’ lás ‘capello,’ vrána ‘cornacchia,’ kráva ‘vacca,’ srída ‘mercoledì,’ bríg o bríh ‘riva,’ ec., ma necessariamente colla svarabhakti (“polnoglasije”) russa, golovà o holovà, borodà, kòlos, vòlos, voròna, koròva, seredà, bèreg, ec.
  2.  2) Se i Resiani fossero Russi, dovrebbero avere plác'at (pláciat) ‘pagare,’ berèz'a (z' = francese j) ‘gravida,’ (parlando delle bestie), ec., e non, come hanno, plátjat, brœ`ja o brœ`a, ec.

 In simile maniera possiamo dimostrare, che i Resiani non sono Bulgari, non Sloveni nel senso proprio di questa parola, non Serbo-Croati nel senso stretto, ec., e che ci rappresentano, dal punto di vista glottologico, una stirpe slava indipendente.



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 Di tutti i loro vicini Slavi, i Resiani hanno nella lingua la più grande rassomiglianza con gli altri Slavi del Veneto. Con questi altri Slavi del Veneto o dell’Italia settentrionale, i Resiani hanno comuni le seguenti particolarità fonetiche:

  1.  1) c' (tj), corrispondente al primitivo tj, che nello Sloveno si è cambiato in c' (ci), per es.: nútj ‘notte,’ svítja ‘luce, candela,’ ec.
  2.  2) Il primitivo lj si è cambiato in j, per es.: júdi ‘uomini,’ kráj ‘re,’ pö'jœ ‘campagna,’ bjuvàt ‘vomitare,’ ec.
  3.  3) Il cambiamento della m finale in n, quando non lo impedisca la influenza analogica delle altre forme, provenienti dallo stesso tema, ossia dalla stessa radice; per es. nan ‘a noi,’ c'on (tjon) ‘voglio,’ man ‘ho,’ siz otrokòn ‘col bambino,’ ö'san ‘otto,’ ec.; invece di nam, c'om (tjom), mam, siz otrokòm, ö'sam ec.

 Così, per quanto posso io conchiudere dalla lingua stessa, la base del resiano appartiene alla stessa stirpe slava, di cui è la più occidentale parte delle lingue e dialetti slavi meridionali (Istria, Quarnero, San Pietro, Gemona, Tarcento, ec.). Ma ciò non basta, essendo questo solamente la base slava del resiano. Intanto già una superficiale osservazione delle fisionomie degli abitanti della Resia basta per avere un indizio, che non è questo un popolo puro slavo. Molto più decisiva è la investigazione dei loro dialetti: sì, dialetti, non dialetto, giacché i Resiani hanno quattro dialetti molto divergenti fra loro (San Giorgio, Gniva, Stolvizza, Oseacco) ed oltracciò due più piccole sfumature (Sul Prato, Uccea), non parlando poi delle particolarità individuali d’ogni villaggetto.

 In tutti questi dialetti sono comuni le tracce della influenza straniera. La differenza fra loro invece è fondata sulla differente manifestazione dell’elemento slavo.

 Benché il resiano sia in alcuni riguardi molto simile allo slavo dei distretti di Gemona, di Tarcento, ec., nulladimeno vi sono enormi divergenze, anzi vorrei dire, quasi un intiero abisso fra il carattere generale dei dialetti resiani da una parte ed i dialetti slavi di Gemona, di Tarcento, ec., dall’altra. Questa

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grande differenza si manifesta, fra l’altro, nei seguenti punti:

  1.  1) Gli Slavi di Gemona, di Tarcento, ec., hanno una pronuncia chiara, schietta, pura; la pronuncia dei Resiani invece è pel nostro orecchio oscura, non definita, profonda. Basta indicare la serie intera delle vocali, ö, ü, œ, y, per cui il migliore nome metaforico sarebbe forse “vocales pectorales” od anzi “vocales ventrales”. Una tale divergenza nella pronuncia dimostra un organo del tutto differente nella sua parte principale. Quando il Resiano pronuncia le sue vocali caratteristiche, abbassa, per quanto è possibile, il pomo di Adamo e mette la punta della lingua fra i denti. Da ciò proviene, che spesse volte le consonanti, precedenti queste vocali caratteristiche del Resiano, hanno un certo che dell’elemento acustico del suono, proprio all’inglese th, e nel parlare complessivo, riguardo alle consonanti, predomina un certo sibilo. In un orecchio non abituato, principalmente da lontano, la lingua resiana può far qualche volta l’impressione del parlare artificiale dei sordomuti. La difficoltà dei suoni resiani è tale, che, benché io sia stato là quasi un mese intiero, nondimeno in molti punti sono ancora in dubbio, e, per farmene una idea chiara e definita, dovrei assolutamente andarvi ancora una volta. I suoni invece, degli altri Slavi, ossia di San Pietro, di Tarcento, ec., ossia degli Sloveni, ho potuto capirli subito senza grande sforzo.
  2.  2) Prolungate nel resiano sono soltanto le sillabe accentuate, come nello sloveno, ma in forza di altre influenze. Gli Slavi di Gemona e di Tarcento hanno invece la quantità delle sillabe indipendente dall’accento.
  3.  3) La sillaba lunga disaccentata davanti ad una breve accentuata ritira nel resiano l’accento sopra sé stessa.
  4.  4) La differenza fra le sillabe lunghe e brevi, ma soltanto accentuate, si riflette in resiano nelle differenze qualitative delle vocali, come anche nello sloveno, e non nella immediata lunghezza o brevità. Così, per esempio, il riflesso resiano del lungo o accentuato è ú, il riflesso pure dell’o breve accentuato è ö'.


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  6.  5) La particolarità caratteristica del resiano è un’assoluta mancanza di dittonghi proprii, provenienti dalle vocali semplici, cioè di quei dittonghi, che sono tanto frequenti presso gli Slavi immediati vicini dei Resiani. Basta menzionare uo e ie, provenienti da o ed e, nel dialetto di San Pietro. Se troviamo nel resiano le combinazioni di due vocali, non separate l’una dall’altra con una consonante, queste sono effetto o d’una vocalizzazione delle consonanti j, v od anche (come a Oseacco ed Uccea) della l, oppure del dileguo della consonante primitiva h (a Stolvizza) o j (a Oseacco ed Uccea). Per altro queste combinazioni delle due vocali non possono esser chiamate dittonghi nel senso proprio della parola.
  7.  6) Una assai meravigliosa particolarità dei dialetti resiani consiste nella assimilazione tutta loro propria delle vocali nelle sillabe subordinate alla vocale nella sillaba dominante. E’ questa così detta armonia delle vocali, che fa il principale oggetto di questa mia Memoria.

 La grande diversità fra i singoli dialetti resiani, appunto nel trattare la loro parte slava o l’elemento slavo, accenna una varia origine delle singole tribù resiane. Cioè, gli abitanti delle singole frazioni resiane discendono dalle diverse tribù slave, arrivate nella vallata in diverse epoche, in diversi tempi. Così, per esempio, mi pare, che il dialetto di San Giorgio rassomiglia un po’ a quello della valle di Gail (Gailthal, Ziljska dolina) nella Carintia, benché io non possa affermarlo assolutamente, non avendo perlustrato quella valle. Ma tutti questi dialetti sono riuniti per un comune fenomeno fonetico tutto particolare, di cui non si trova, per quanto ne so io, nessuna traccia negli altri idiomi slavi, e che anzi è estranea a tutti gli altri rami delle lingue ario-europee, presi generalmente. Intendo qui il sunnominato genere della armonia vocalica. Questa consiste in ciò che segue:

 I dialetti resiani hanno la doppia serie di due classi delle vocali. Da una parte si devono distinguere le vocali chiare ed oscure, dall’altra pure le vocali strette e larghe. Così:



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I.Vocali chiare:e,i,o,u. 
 Vocali oscure:œ,y,ö,ü. 
 Vocale neutrale:a.    
II.Vocali larghe:e,o,œ,ö.a.
 Vocali strette:i,u,y,ü.e.

 Se nella sillaba dominante si trova una vocale chiara, chiare devono essere anche le vocali nelle sillabe subordinate; al contrario, se la sillaba dominante ci presenta una vocale oscura, le vocali delle sillabe subordinate non possono restar chiare e si cangiano in oscure. Dalla larghezza della vocale dominante dipende la larghezza delle vocali subordinate; del pari, quando nella sillaba dominante v’è una vocale stretta, la strettezza delle vocali subordinate ne è conseguenza necessaria.

 Ho osservato due generi di codesto contrasto delle vocali, basato sulla assimilazione delle sillabe subordinate alla sillaba dominante:

  1.  1) La parte della dominante fa la vocale nella sillaba accentuata, ossia precedente, ossia seguente le altre sillabe. Il secondo caso è più frequente; per esempio:
    •  z'anà ‘moglie,’ dat. s. zœnœ`, instr. s. z'anó, gen. pl. z'iní v. z'ín, ...
    •  otjà ‘padre,’ dat. s. utjì, ...
    •  ötrö`k ‘bambino,’ gen. s. otrokà, nom. pl. utrucì, gen. pl. utrúk, diminut. utruc'ìtj, ...
    •  kozà ‘capra,’ dat. s. közœ`, gen. pl. kuzí, ...
    •  dö'bar ‘buono,’ fem. dobrà, neutr. döbrö`, ...
    •  zœ́lœn ‘verde,’ fem. zalanà, neutr. zœlœnö`, ...
    •  pœ́tj ‘sasso,’ instr. s. patjó, loc. s. pitjì, nom. pl. pœ́tjy, gen. pl. pitjí, instr. pl. patjámi, ...
    •  ríc' ‘cosa,’ instr. s. rac'jó, instr. pl. rac'jámi, gen. pl. ric'í, ...
    •  nistìt ‘portare,’ ritjìt ‘dire,’ ..., partic. praeter. m. nœ́sal, rœ́kal, ..., fem. naslà, raklà, ..., neutr. nœslö`, rœklö`, ..., imperat. nisì, ricì, ..., praes. 3. s. nœsœ̀, rœc'œ̀, ...


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    •  guspudìn ‘padrone,’, gö'spüd ‘signore,’ ...
    •  málo ‘poco,’ jábalko ‘pomo,’ ...
    •  mœ́stö ‘luogo,’ bö'göwö ‘divino,’ jœ́zœrö, ‘lago,’ pö'loz'ylö neutr., ‘questo che ha messo,’ ...
    •  vysökö` ‘alto,’ adv., neutr., c'lövœ̀k ‘uomo,’ ...
    •  z'œlœ́zö ‘ferro,’ kölœ́nö ‘ginocchio,’ ...
    Da ciò proviene una assoluta indifferenza alla qualità della vocale nella sillaba disaccentata, cosicché nella stessa voce e nella stessa sillaba può apparire a, i, e, y, œ, secondo la natura della vocale nella sillaba accentuata.
  2.  2) L’altro genere del suddetto contrasto delle sillabe dominanti e subordinate si manifesta nei suffissi e nelle terminazioni grammaticali, senza nessun riguardo all’accento. La direzione dell’influenza v’è sempre regressiva, cioè dall’ultima vocale della desinenza dipende la qualità della vocale precedente. Esempii:
    •  Gen. m. n. s. kríwaga ‘curvo,’ stáraga ‘vecchio,’ dö'braga ‘buono,’ ..., dat. s. krívimu, stárimu, dö'brimu, ...
    •  máti ‘madre,’ gen. s. mátere, dat. s. mátiri, instr. s. mátarjo, ...
    •  pü's'tjana ‘lasciata’ fem. s. nom., nom. pl. m. pü's'tjini, ...
    •  krájuvi ‘i re,’ apö's'tuluvi ‘apostoli,’ ...
    •  jy'mœ ‘nome,’ vy'mœ ‘papilla,’ ..., gen. s. jy'mana, vy'mana, ...

 Una tale particolarità fonetica non si riscontra, come ho già detto, in nessun’altra lingua slava. Tutte le modificazioni della qualità delle vocali in queste lingue sotto l’influenza dei suoni vicini, dipendono dalla durezza o molezza (palatalizzazione) delle consonanti seguenti (o qualche volta precedenti immediatamente); la vocale, che segue (o precede), vi è indifferente. Per altro le suddette modificazioni stesse si muovono in limiti molto più ristretti, che non l’armonia vocalica resiana. Ci si presenta una semplice assimilazione al suono più vicino.



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 Così, per esempio, nel russo settentrionale (grossrussisch) alcune vocali diventano o restano più strette o più larghe, palatine o non palatine, più o meno palatine, secondo la natura della consonante che segue, o qualche volta anche che precede (cf. fra gli altri Böhtlingk, “Beiträge zur russischen Grammatik”, nei Mélanges russes tirés du Bulletin historico-philologique de l’Académie impér. des sciences de St. Pétersbourg, tome II, 1re livraison, 1851; Grot, Filologic'eskija razyskanija, 2e izd., San Pietroburgo, 1876).

 Nel polacco il cambiamento dell’e (breve) protoslavo in e o in o, e dell’ē (lungo) protoslavo in e ed in a dipende dalla natura della consonante, che segue immediatamente una tale vocale (cf. fra gli altri, Małecki, Gramatyka polska, § 70). D’una simile natura sono i diversi fenomeni nella lingua boema o c'echa (cf. Hattala, Srovnávací mluvníce Praga, 1857, § 306; C'asopis c'eského musea, 1854, 119, 125; Gebauer, Sborník vědecky', II, § 26-28, 30, 31; Listy filologické, I, 252), nella lingua bulgara (cf. Kyriak-Cankof, Grammatik der bulgarischen Sprache, pag. 2-4), e così via.

 Il più importante è, che nelle lingue e nei dialetti slavi più vicini ed affini al resiano, cioè nel serbo-croato e sloveno, non si trovano quasi tracce d’un simile processo fonetico.

 Dall’altra parte mi pare impossibile, che una tale costruzione fonetica delle parole siasi potuta sviluppare nel resiano da sé, dal materiale slavo e dalle tendenze fonetiche slave, senza nessuna influenza straniera. Ora di che genere avrebbe potuto essere l’influenza straniera?

 La cosa più naturale sembra cercarla presso gl’immediati vicini non slavi dei Resiani, presso i Friulani e le altre popolazioni romanze. Ma pur troppo nei dialetti di queste popolazioni non c’è nessun indizio d’un simile fenomeno. E generalmente tutta l’influenza romanza sui dialetti resiani si manifesta, per quanto mi pare, soltanto per diverse parole e suffissi, prese dai Resiani dal friulano o dal’italiano od anzi dal latino, con alcune delle quali si è importato il suono dell’italiano

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gi, estraneo alle parole slave del resiano, poi per la modificazione parziale della costruzione sintattica, ma senza avere modificato, vorrei quasi dire, senza aver toccato la struttura ed il carattere generale morfologico e tanto meno fonetico di questi dialetti.

 Ciò che potrebbe esser riguardato come un fenomeno simile nello zendo, nel greco e nel tedesco, ne ha soltanto le apparenze. Dopo una investigazione più profonda, si vede, che v’è un principio formativo fonetico tutto diverso. L’“epentesi,” “umlaut,” ec., rassomigliano un poco all’armonia vocalica resiana, ma si distinguono da questa, sì pel modo del cangiamento della vocale, come anche per i limiti, nei quali si muove codesto processo fonetico. Per altro intorno allo zendo, al tedesco, come anche intorno all’osco e celto, cfr. Lucien Adam, De l’harmonie des voyelles dans les langues ouralo-altaïques, Paris, 1874, pag. 52-56. Del celto parlerò ancora più avanti.

 Come è noto, l’armonia vocalica regna in pieno sviluppo nelle così dette lingue turaniche od uralo-altaiche, rappresentantici due rami principali, il ramo finnico e ramo turco od uralo-altaico nel senso più ristretto. La natura di questo fenomeno fonetico-psicologico è spiegata assai bene nelle seguenti opere:

  •  Otto Boehtlingk, Ueber die Sprache der Jakuten. Grammatik, Text und Wörterbuch, Besonderer Abdruck des dritten Bandes von Dr. A.Th. von Middendorff’s Reise in den äussersten Norden und Osten Siberiens. St. Petersburg. 1851.
  •  Anselm Mansvet Riedl, Magyarische Grammatik. Wien, 1858.

 Indicando queste opere, posso limitarmi qui a citare alcuni esempii dalla lingua altaica, la quale mi ha fatto un poco conoscere il celebre orientalista, dottore Fr. Wilh. Radloff, e ad esporre in proposito alcune osservazioni generali.

 Prendiamo le radici verbali altaiche al ‘capere, prendere;’ tol ‘esser pieno, empiere;’ k'äl' ‘andare, venire;’ öl' ‘morire, uccidere;’ tur ‘stare.’



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 Ora prendiamo gli affissi:

  1.  1) Colla significazione ‘far fare ciò, che esprime la radice verbale,’ l’affisso fattitivo (factitivum), nelle diverse modificazioni, secondo le leggi dell’armonia vocalica e dell’alternazione (cambiamento statico) delle consonanti, sotto l’influenza delle vocali e consonanti precedenti, o in conseguenza della posizione della consonante in principio o in fine della parola (il contrasto delle consonanti per una parte dure e molli o palatine, per l’altra parte sorde e sonore): tyr = dyr = tir = dir = tür = dür = tur = dur, e. s. Dal punto di vista etimologico questo affisso è identico colla radice verbale tur ‘stare, far stare, porre.’
  2.  2) L’affisso, esprimente l’azione reciproca (insieme, nella compagnia): ys' = is' = üs' = us, e. s.
  3.  3) L’affisso del preterito: ty = dy = ti = di = = , e. s.
  4.  4) L’affisso della 1a pers. plur., identico col pronome personale della stessa persona: bys = pys = bis = pis, e. s. Presso i Kirghisi si usa invece k colla stessa significazione.
  5.  5) L’affisso della 3a plur. (3 pluralis) lar = l'är, e. s.

 Le composizioni di questi affissi colle sunnominate radici verbali ci danno le seguenti parole, o piuttosto non parole nel senso delle parole ario-europee, ma serie di sillabe composte ed unite esteriormente per esprimere una idea verbale unica:

  •  al-dyr-ys'-ty-bys (‘wir haben zusammen nehmen lassen’), ‘noi insieme abbiamo fatto prendere.’
  •  tol-dyr-ys'-ty-bys; kirghiso tol-dur-ys'-ty-k v. tol-dur-us-by-k (‘wir haben zusammen gefüllt’), ‘noi insieme abbiamo fatto esser pieno = noi insieme abbiamo empito.’
  •  k'äl'-is'-tir-di-bis (‘wir haben zusammen kommen lassen = wir haben passend gemacht’), ‘noi abbiamo fatto venir insieme = noi abbiamo applicato, accomodato, aggiustato.’
  •  öl'-d'ür-üs'-tü-bis o öl'-dür-üs'-ti-bis (‘wir haben zusammen

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    sterben lassen = wir haben zusammen getötet’), ‘noi insieme abbiamo fatto morire = noi insieme abbiamo ucciso.’
  •  tur-us'-ty-lar (‘sie haben zusammen gestanden’), ‘loro (essi) stettero insieme,’ ec.

 Una simile armonia delle vocali ed in certo riguardo anche delle consonanti (al, ak, ul, ük, ec., colle l, k dure, o non palatine, ed äl', äk', ül', ük', ec., colle l', k' palatine) nelle lingue turaniche od uralo-altaiche serve, per così dire, come cemento, che unisce o lega le sillabe morfologiche nelle parole. Nelle lingue arioeuropee questa parte di unire le sillabe (ma sillabe fonetiche, non morfologiche) la fa prima di tutto l’accento (almeno nel fondamentale, sintetico periodo dello sviluppo di queste lingue). Nelle parole polisillabe delle lingue arioeuropee una sillaba si distingue, si rinforza coll’accento suo proprio, le altre sillabe pure, benché siano prive della stessa forza, che la sillaba accentuata, conservano le loro proprietà individuali e non le cangiano in vantaggio della sillaba dominante. Al contrario, nelle lingue turaniche le sillabe subordinate s’assomigliano alla sillaba dominante, cioè le si subordinano nel pieno senso della parola. Nelle lingue arioeuropee non si può parlare di parole intiere, finché singolari sillabe e gruppi (complessi) di suoni (Lautgruppen) non sieno uniti in una totalià coll’accento, proprio ad uno di loro. Nella stessa maniera anche la composizione di due temi in uno vi si compie, privando uno di loro dell’accento ad esso proprio, e così subordinandolo ad uno accento comune, accompagnante l’una delle sillabe dell’altro tema. Nelle lingue turaniche invece si devono riguardare le singole sillabe e il complesso dei suoni come brevi parole indipendenti, se in una certa frase conservano le vocali ad esse proprie, contro l’armonia vocalica. Se pure sono incollati col cemento dell’armonia vocalica, allora, in luogo di alcune parole monosillabe, formano una parola polisillaba. Per la stessa via della subordinazione delle vocali nelle singole sillabe della seconda parola alla vocale

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nella prima sillaba della parola precedente si compie la composizione di due parole turaniche in una parola composta (1) .

 Non si può negare, che l’armonia vocalica, osservata da me nei dialetti resiani, rassomiglia in un certo grado all’armonia vocalica delle lingue turaniche od uralo-altaiche (turco-tartare e finniche). E siccome, secondo la mia opinione, una simile particolarità dei dialetti resiani non vi si poteva sviluppare né dalle particolarità slave, né dalle particolarità generali arioeuropee, così io mi credetti avere il diritto di enunciare la seguente ipotesi:

 Questa non slava e non ario-europea particolarità dei dialetti resiani si deve attribuire all’influenza turanica (uralo-altaica) o qualche altra simile. Per conseguenza i dialetti resiani sono dialetti slavi, che sotto una forte influenza finnica o generalmente turanica (uralo-altaica) hanno cangiato il loro carattere, sicché il popolo resiano stesso sarebbe una mescolanza degli Slavi con una stirpe della schiatta finnica o generalmente turanica. Cfr.

 Confesso, che ora questa ipotesi pare a me stesso troppo precipitata, e ciò per motivo della enorme differenza interna, cioè differenza del principio formativo del fenomeno dell’armonia vocalica nei dialetti resiani dallo stesso fenomeno nelle lingue turaniche. Tutta la somiglianza si riduce al subordinare le vocali nelle altre sillabe alla vocale nella sillaba dominante. Ma questa è una somiglianza esterna; ed

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ai dialetti resiani manca affatto lo spirito, cioè lo scopo organico o formativo dell’armonia vocalica, come la troviamo nelle lingue turaniche.

 Oltracciò già nella prima mia opera sui dialetti resiani: Saggio della fonologia, mi imbarazzava la circonstanza, che nelle lingue turaniche domina la prima sillaba della parola, che è anche quasi sempre la radice od il complesso radicale, mentre le sillabe seguenti e subordinate fanno parte degli affissi, e che questa significazione dominante vi è propria alla prima o radicale sillaba, sia questa accompagnata dall’accento o no. Intanto nel resiano, come abbiamo veduto, non si ha mai riguardo alla posizione della sillaba nella parola, e vi domina sempre o sillaba accentuata dove vi sia, oppure l’ultima sillaba (nelle desinenze). Ma io cercavo d’eliminare questa obbiezione con la osservazione: 1o che in alcune lingue della schiatta turanica, fra gli altri nella ungarese, l’accento (cioè il principale rialzamento o rinforzamento della voce) è proprio giusto a questa prima sillaba, radicale; 2o che, — nel caso che l’armonia vocalica resiana sia di origine turanica, — questa particolarità turanica è stata innestata su quel terreno slavo, dove finora l’accento è mobile, e dove in ogni caso la sillaba accentuata si sentiva come sillaba dominante, essendo che giusto l’accento unisce nelle lingue arioeuropee un certo complesso di sillabe in un tutto integro ed indiviso, sentito come una parola unificata. Così la stirpe slava, che ha subìto questa influenza straniera, ricevette, esteriormente, l’impronta dalla legge dell’armonia vocalica, ma senza appropriarsene il principale senso interno, che consiste nel subordinare gli affissi alla radice. Nondimeno non si può negare, che l’altro “scopo organico”, inerente all’armonia vocalica, si raggiune anche nei dialetti resiani: questo scopo consiste nell’unire singole sillabe in parole vive, che appariscono come parole intiere solo in tanto, in quanto le loro parti integranti, cioè sillabe, si subordinano alla suddetta legge dell’assimilazione (armonia vocalica). Dunque nei dialetti resiani s’incrociano ambedue i modi della formazione delle parole intiere dalle

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sillabe semplici, l’accento ario-europeo e l’armonia vocalica turanica. Altrimenti, nei dialetti resiani le sillabe, come parti delle parole, sono agglutinate con un doppio cemento, consistente nella combinazione del cemento ario-europeo, cioè dell’accento, coll’armonia vocalica, come cemento turanico.

 Sia come si vuole, la mia ipotesi della pretesa influenza finnica o generalmente turanica sui dialetti resiani, benché ardita, mi pare fin’ora assai verosimile, tanto più che, dopo averla proclamata nel mio Saggio della fonetica resiana, mi sono accorto di alcuni fenomeni, che potevano soltanto rinforzarla. Il celebre glottologo ed orientalista dottore Radloff, mi comunicò le sue osservazioni, molto interessanti su questo riguardo, ch’egli ha fatto negli idiomi e dialetti turco-tartari della Siberia meridionale e della Steppa Dsungarica (Dsungarische Steppe).

 Dalle comunicazioni del signor Radloff ho imparato, che l’armonia vocalica in questi idiomi e dialetti non è ridotta soltanto ad una e medesima direzione, cioè dal principio della parola verso il fine, e che accanto a questa direzione se ne scorge anche un’altra. E specialmente:

  1.  1) Nelle molte parole, prese dall’arabo, riguardo all’armonia vocalica, cioè all’influenza sugli affissi, che si uniscono con una simile parola, apparisce come dominante non la prima sillaba, come nelle parole pure turche, ma la sillaba ultima: la vocale in questa sillaba decide la natura delle vocali in tutti gli affissi.
  2.  2) Le parole russe sono composte per la massima parte di sillabe, le vocali delle quali nella loro associazione sono contrarie affatto alle leggi dell’armonia vocalica dei dialetti turchi e turanici generalmente. Quindi ricevendole, questi ultimi (i dialetti turanici) devono trasformarle ed accomodarle alle leggi, dominanti in essi. Questa modificazione si fa nella seguente maniera:
    Una delle sillabe della parola russa accattata, al solito accentuata, passa per principale, dominante, e tutte le altre vocali se le accomodano o se le subordinano. Così per esempio

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    il nome proprio Agrafena (nella pronuncia dei contadini russi della Siberia: Agrafióna) si riceve dalle stirpi turche nella forma di Ögröpönö, dove la preponderanza tocca alla vocale accentuata ó, accompagnata dalla precedente consonante palatina, della terza sillaba, la quale vocale deve cangiarsi nel turco in ö; le vocali delle altre sillabe pure le si assimilano. Se questa parola fosse stata accattata conformemente alle leggi dell’armonia vocalica, proprie alle genuine, non accattate parole turche, allora dovrebbe essere dominante la vocale a della prima sillaba, e tutta la parola dovrebbe prendere la forma *Agrapana o s. Nella stessa maniera dal russo pieliónka ‘fasce’ si ebbe il turco (altaico) p’öl’önk’ö in luogo di *p’äl’änk’ä, dal russo nome proprio Pietrús'ka altaico P'öt'üs'k'ä, e non P'ät'is'k'ä, dal russo isprávniik ‘commissario del distretto’ altaico ysprainyk, in luogo di *ispr'äin'ik' o s., dal zdoróvo (pronunciato: zdăróvă) ‘in buona salute, saluto’ — torōba, invece di *taraba, da povózka (pron.: păvóskă) ‘carro’ — p'öüösk'ö invece di *pauaska, da kotiól (kătiól) ‘caldaia’ — k'öt'öl', non *katal, da kupiéc ‘mercante’ k'öp'ös invece di *kupas, ec.
    A simili modificazioni sono esposte le vocali delle parole altaiche, accattate dalle lingue arabica e persiana.
  3.  3) Oltracciò anche in alcune composizioni, cioè, parole composte da due altre, turche (altaiche), riguardo all’armonia vocalica, la parola precedente s’accomoda alla seguente, e non, al contrario, la seguente alla precedente. Così per es., dalla composizione del pronome pu ‘questo’ e sostantivo k'ün ‘giorno’ si ottiene l’avverbio p'üg'ün ‘oggi’, e non pugun; da ol ‘quello’ e k'ün ‘giorno’ — ög'ün ‘dopo domani,’ e non ogan, ec.
  4.  4) Finalmente, quando una vocale è diventata lunga per via d’una così detta contrazione, questa vocale, benché si trovi nelle sillabe seguenti alla prima, non subisce l’influenza armonica della vocale in questa prima sillaba, ma, tutto al contrario, se la assimila. Così per es.: nell’altaico abbiamo la parola kylāt ‘viene,’ che proviene da *k'äl'ip-jatyp ‘venendo

    [p. 18]

    prendendo’ = k'äl'ip-jāt = kīljāt = kylāt. Secondo le leggi generali dell’armonia vocalica progressiva, siccome nella prima sillaba c’è la vocale “molle” (palatina) ä od i, dovrebbe svilupparsi *k'il'ät; invece abbiamo kylāt, risultante dalla regressiva assimilazione delle vocali. Nella stessa maniera provenne la parola altaica k'üc'ü (‘piccino’, dativo k'üc'üh'ä o k'üc'üg'ä): k'ic'ik ‘piccino’ = *k'ic'ig' o k'ic'ih' = *k'ic'iu = *k'ic'iü = *k'ic'ǖ = k'üc'ǖ (i precedente si è assimiliato all’ü lungo seguente, ec.).

 Quindi non c’è niente di meraviglioso, se anche le vocali accentuate delle altre lingue, cioè lingue non altaiche, quando passano in lingua altaica nelle parole tolte ad imprestito, esercitano sugli Altai e generalmente sui popoli di questa schiatta una così forte ed imponente impressione, che, come le vocali lunghe nelle parole genuine, appariscono dominanti riguardo all’armonia vocalica, e non s’assomigliano alla vocale della prima sillaba, ma tutto al contrario, se l’assimilano.

 Un simile fenomeno nella lingua de’ Jakuti (Yakuti) descrive Otto Böhtlingk Über die Sprache der Jakuten, Theil 1, St. Petersburg, 1851, pag. 120-122, §§ 58-59.

 Lo stesso ha luogo nella lingua degli Tsciuvasci (Czuwaszi), come mi comunicò uno dei migliori conoscitori di questa lingua, il signore N. Zolotnickij. Il nome proprio russo Ivan (Giovanni), secondo le leggi dell’armonia vocalica progressiva, dovrebbe passare nella forma Ivän o Jivän; invece esso ci presenta nel czuwaszo Jyvan, giacché vi dominò la vocale accentuata. Dal russo gubiérnijagouvernement, provincia’ si ebbe in czuwaszo, non *kubarny o *kubarna, ma k'üb'ern'i, dal russo kupiéc ‘mercante,’ non kubac', ma k'üb'ec', ec.

 L’assimilazione regressiva delle vocali, sì nelle parole composte, come anche nelle parole tolte ad imprestito, del magiaro accenna fra gli altri Lucien Adam, L’harmonie des voyelles, etc. Paris, 1874, pag. 44.

 Per il nostro oggetto, cioè per il preteso parallelismo dell’armonia vocalica resiana coll’armonia vocalica turanica

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(uralo-altaica o finnica) la più importante mi pare essere la legge della derivazione (entlehnung) dagli idiomi altaici, turchi, ec., delle parole russe ed altre straniere. Questa legge consiste in ciò che le vocali delle sillabe inaccentuate si subordinano alla vocale della sillaba accentuata, senza riguardo alla sua posizione nella parola. Se confronteremo questa legge fonetica parziale degli idiomi turco-altaici colla legge generale dell’armonia vocalica nei dialetti resiani, dovremo conchiudere, che, in fondo, queste leggi fonetiche sono entrambe affatto identiche, e tutta la differenza fra loro è puramente quantitativa, cioè essa si riduce alla relativa ricchezza delle parole, accattate dalle altre lingue. Negli idiomi turco-altaici vi sono poche parole accattate; nei dialetti resiani pure (nel caso che la mia ipotesi sull’origine slavo-turanica dei Resiani fosse giusta) accattate, dal punto di vista turanico, sarebbero tutte, od almeno quasi tutte, le parole finora conservate. Supponiamo, che una stirpe turco-altaica si mescoli con alcuna parte di qualche stirpe russa o generalmente slava, a profitto di quest’ultima, cosicché, a poco a poco, perda finalmente la sua già lingua madre e cominci a parlare esclusivamente russo. Se in questo processo si osserverà la legge dell’armonia vocalica, allora le parole russe, accattate da questa stirpe turco-altaica, e facenti le veci delle parole altaiche genuine, prenderanno l’apparenza, dipendente giusto dalla suddetta legge (l’armonia vocalica), che agirebbe nella direzione, propria generalmente alle parole accattate dal russo, cioè nella direzione dalle sillabe accentuate, imponenti all’orecchio e sentimento turco-altaico, non abituato ad essi, colla sua forza ed energia, alle sillabe disaccentate, e non, come lo troviamo nelle parole turco-altaiche genuine, dalla prima sillaba alle seguenti. Se nell’idioma misto, da noi supposto, le parole turco-altaiche genuine andranno poco a poco fuori dall’uso, allora questo idioma di nuova formazione sarà composto esclusivamente dalle parole accattate, che hanno cangiato le loro vocali nella direzione or ora nominata. E se pure restassero ancora alcuni avanzi dell’antico

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materiale linguistico turco-alataico, cioè le parole turco-altaiche genuine, esse nondimeno, trovandosi in una minoranza considerevole, dovrebbero prima di tutto, secondo l’analogia della maggioranza delle parole, accompagnare una delle loro sillabe coll’espressivo accento russo, e dopo, anche sotto l’analogia della predominante maggioranza, modificare le sue vocali secondo la legge dell’armonia vocalica, fondata sulla dominazone della sillaba accentuata. Ed allora ricaveremo né più né meno che una simile struttura fonetica, la quale riscontriamo nei dialetti resiani.

 Da quanto precede vediamo, che nei dialetti resiani l’assimilazione delle vocali prive d’accento può esser spiegata coll’influenza turanica (e prima di tutto finnica); ma nemmeno questa influenza basta per capire l’altra direzione dell’armonia vocalica resiana, cioè nei suffissi e nelle desinenze l’assimilazione delle vocali precedenti alla vocale ultima, benché non accentuata.

 Il professore B.P. Hasdeu, che mi ha fatto l’onore di sottoporre il mio Saggio di fonologia resiana ad una critica solida e profonda (cfr. Baudouin de Courtenay şi dialectul slavo-turanic din Italia: Cum s’aŭ introdus slavismele in limba română? Notiţă de B.P. Hasdeu. Bucurescĭ, 1876, Extract din Columna lui Traian, 1876, n. 10), parla naturalmente anche dell’armonia vocalica resiana, la confronta con simili fenomeni nelle altre lingue, vede in questo una notevole somiglianza fra il resiano ed il celto, e quindi tiene per verosimile, che la lingua resiana abbia subíto una influenza celta, cioè che i Resiani siano Celti slavizzati (pag. 8-13). Debbo confessare che questa ipotesi mi pare adesso essere non meno plausibile, che la mia prima ipotesi dell’influenza turanica. Per l’influenza celta od altra simile stanno anche gli altri riguardi della storia e della glottologia. Mi permetto solo accennare, che i Resiani usano il metodo vigesimale di contare, e dicono per es.: “tre volte venti,” invece di “sessanta;” “tre volte venti e dieci” = 70, “quattro volte venti” = 80 (cfr. francese quatre-vingt); ec.



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 Quanto a fenomeni, simili all’armonia vocalica resiana, confronta ancora:

  •  Adam Lucien, L’harmonie des voyelles dans les langues ouralo-altaïques, Paris, 1874, pag. 52-59.
  •  Müller Friederich, Reise der österreichischen Fregatte Novara, etc. Linguistischer Theil. Wien, 1867, pag. 81.
  •  Schiefner A., Tschetschenzische Studien, St. Pétersb., 1864. (Mém. de l’Ac. impér. des sc. de St. Pét. VIIe Série, tome VII, n. 5), §§ 8 ss., 49.

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II. Alcune osservazioni sulla classificazione delle lingue slave meridionali.

 La classificazione delle lingue slave in generale, e delle lingue slave meridionali in particolare, non è ancora stabilita in modo veramente scientifico; poiché tutti i sistemi, che vi si riferiscono, sono fondati sulle proprietà più o meno accidentali, senza riguardo al carattere generale ed all’affinità genetica di queste lingue. Intanto una vera classificazione delle lingue affini, cioè provenienti dalla stessa lingua primitiva, deve rappresentare una esatta riproduzione del loro sviluppo graduale, e quindi non può fondarsi sull’una od altra rassomiglianza particolare, sia de’ suoni, sia delle forme, sia finalmente delle parole, ma sulle tendenze generali, che costituiscono il carattere individuale e lo sviluppo tutto proprio d’ogni lingua a differenza dalle altre lingue, più o meno affini. Essendo stato questo principio finora assai poco applicato, le diverse classificazioni di tutte le lingue non possono soddisfare le nostre, sebbene modeste, pretese. Se qua e là troveremo le prove della classificazione, che, anche dopo un esame veramente scientifico, si mostreranno giuste, ciò sarà frutto non d’un ragionare consapevole e d’un esatto concludere

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induttivo dalle particolarità al fatto generale, ma piuttosto d’una divinazione indefinita, che quasi non differisce dalle opinioni popolari. La impressione immediata, che producono le diverse lingue sull’animo d’un tale scienziato, gli serve come di indice per metterle in ordine sistematico, cioè per classificarle, e soltanto dopo, per dare a così fatta classificazione la necessaria apparenza scientifica, si cercano le proprietà, che, trovandosi solamente in una lingua oppure in una serie di lingue, ed essendo estranee alle altre, potrebbero giustificare quel sistema a priori. Se dopo le ricerche più esatte si mostrerà che la classificazione per esempio delle lingue slave, finora usata, era più o meno giusta, non vi sarà alcun merito nel suo autore, studioso inconsciente, a cui è riuscito di indovinare la verità, senza potere spiegare il perché.

  Come ho già detto, la classificazione di tutte le famiglie di lingue, e quindi anche della famiglia slava, se vuole pretendere il nome d’un prodotto scientifico, deve essere basata sul carattere generale di queste lingue, cioè su quelle tali proprietà, che, costituendo l’individuale organismo d’ognuna, dovevano essere loro proprie già nei principii della loro vita individuale; cosicché appunto in queste proprietà consisteva e consiste la distinzione genetica d’una lingua dall’altra.

 Tale tendenze generali si devono cercare prima di tutto nel carattere fonetico d’ogni lingua, cioè nelle relazioni generali de’ suoni (consonanti e vocali); giacché i suoni sono la più stabile ed in certo grado la più caratteristica parte delle lingue.

 Da questo punto di vista si possono distinguere fra i dialetti slavi meridionali prima di tutto due classi: la classe bulgara e serbo-croato-slovena. Fra le altre differenze forse la più manifesta è questa, che nei dialetti bulgari non vi sono né attuale esistenza di categorie quantitative (la distinzione delle vocali lunghe e brevi), né qualsiasi suo riflesso. Tutte le vocali sono brevi o lunghe, se vogliamo; ma d’una vera distinzione delle lunghe e delle brevi, sulla quale si potrebbe fondare

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il movimento del meccanismo fonetico, non v’è nessuna idea. Oltre le differenze qualitative delle vocali (a, e, i, ec.) l’accento libero e mobile è unica proprietà delle vocali bulgariche. La stessa particolarità si può osservare nei dialetti russi settentrionali (grande Russia) [ma non nei dialetti russi meridionali (piccola Russia)], dove nello stesso modo tutto il meccanismo delle sillabe è principalmente fondato sulla differenza delle vocali accentuate ed inaccentuate, senza alcun riflesso delle differenze quantitative in senso ristretto; — cosa, la quale è tanto più interessante, che appunto questi due popoli slavi (Bulgari e Russi settentrionali) hanno subìto una influenza di elementi finnici. — Nei dialetti serbo-croati-sloveni invece la vita del loro organismo fonetico consiste per lo più appunto nelle diverse variazioni della cardinale distinzione delle vocali lunghe e brevi, sia che realmente questa distinzione si trovi chiara ed espressa, sia che almeno vi incontriamo un esatto riflesso della lunghezza e della brevità nella diversità qualitativa delle vocali.

 Un altro elemento distintivo di queste due famiglie di dialetti slavi (bulgara e serbo-croata-slovena) consiste nel diverso modo della trasmutazione fonetica dei gruppi primitivi delle consonanti tj, dj. Mentre il bulgaro ci mostra in questo caso s't e z'd, nell’altra famiglia incontriamo invece t' (tj) o c' (respective c') e d' (dj) o dz' (respective j). Così per es. dal primitivo (originario, slavo fondamentale) svētja ‘luce,’ medja ‘confine’ il bulgaro ha sviluppato sve's'ta, mez'da, il serbo-croato-sloveno pure sve'c'a o sve'c'a, medz'a o meja, ec.

 Quanto alla divisione linguistica più speciale del territorio serbo-croato-sloveno, questo non è finora certo, perché da una parte ci manca la cognizione esatta di tutte le variazioni dialettiche, d’altra parte pure non si hanno applicati ancora i principii, secondo la mia opinione, veramente scientifici. Cosicché io non posso avere su questo punto un’idea definita ed esatta per ambedue questi motivi; giacché per mio proprio immediato studio non conosco che una piccolissima parte di questo grande territorio, ed oltracciò non

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posso presumere tanto di me stesso da immaginarmi di avere trovato i veri principii della classificazione. Nello stato attuale della scienza, si può avere una più o meno esatta nozione del carattere generale solamente del vero territorio serbo-croato, descritto con minuta e coscienziosa esatezza da Vuk Stefanovic' Karadz'ic' e dagli altri studiosi serbi e croati. Il territorio sloveno non può vantarsi di una simile esatta descrizione, neppure il territorio dei così detti “Kajkavci”, cioè, come pare, Sloveni croatizzati, abitanti in una grande parte della Croazia amministrativa. Niente di meno, per quanto posso concludere, e dai mezzi, forniti dalla letteratura relativa, e dalle mie proprie immediate indagini fra il popolo stesso, si può stabilire la seguente classificazione della famiglia serbo-croata-slovena dei dialetti slavi:

 Prima di tutto si devono distinguere i Serbo-Croati ed i Sloveni.

 I Serbo-Croati si distinguono fra le altre proprietà:

  1.  1) Per la quantità delle sillabe, indipendentemente dall’accento; sicché vi riscontriamo le sillabe brevi accentuate, brevi inaccentuate, lunghe accentuate e lunghe inaccentuate.
  2.  2) Per una regolarità nel conservare oppure nel modificare in questo riguardo lo stato antico della lingua.

 Presso gli Sloveni invece:

  1.  1) La differenza fra le vocali lunghe e brevi si riflette nelle differenze qualitative delle vocali, mentre il serbo-croato conserva la qualità stessa di ambedue le categorie, esprimendo la lunghezza e la brevità immediatamente.
  2.  2) Soltanto le sillabe accentuate possono essere lunghe, sicché vi abbiamo solamente le sillabe brevi accentuate, brevi inaccentuate e lunghe accentuate; le lunghe inaccentuate vi mancano.

 Fra i Serbo-Croati si deve stabilire una distinzione fra i così detti S'tokavci e i così detti C'akavci (Ciakavzi). Questi due nomi sono presi dalle due particelle interrogative, adoperate dai due rami del popolo serbo-croato. Gli (S'tokavci) dicono s'to? ‘che cosa?’, i (C'akavci) invece c'a. E’ manifesto, che

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una tale distinzione dei due popoli, fondata esclusivamente sopra una parola, è al di sotto d’ogni critica, se vogliamo riguardare come principale carattere distintivo di due idiomi l’uso di s'ta o c'a; ma le denominazioni stesse (S'tokavci e C'akavci) in mancanza di migliori possono cum grano salis adoperarsi assai bene, giacché nei dialetti serbo-croati, che usano la particella c'a, scopriamo veramente certe proprietà essenziali e fondamentali, che ci sforzano di formarne un gruppo da sé, accanto agli altri Serbo-Croati, che nell’uso della lingua ci mostrano s'to o s'ta, come particella interrogativa. Nulladimeno queste denominazioni devono esser riguardate come vani termini tecnici, giacché, come subito vedremo, vi sono per esempio i “C'akavci”, che non conoscono punto c'a, ma invece dicono kaj? koj? ‘che cosa?’

 Fra le altre proprietà fonetiche, che distinguono i C'akavci dagli S'tokavci, forse la più importante è la seguente:

 I C'akavci (Serbo-Croati occidentali) hanno conservato lo stato totalmente primitivo, antico nelle relazioni della quantità e dell’accento. Come finora si pensa, questi abitano la più grande parte della Dalmazia, il Littorale della Croazia, l’Istria (oltre la parte settentrionale, abitata dalla schiatta slovena), le isole del Quarnero ed altre isole dell’Adriatico, abitate dagli Slavi. Secondo la mia opinione, vi appartengono totalmente gli Slavi di Gemona e di Tarcento (provincia di Udine) cioè quelli soprannominati C'akavci senza c'a, ma invece con kaj, koj e sim., mentre per esempio gli abitanti del distretto di San Pietro sono i Serbo-Croati dello stesso ramo occidentale, modificati nella loro lingua sotto la influenza slovena.

 Presso gli S'tokavci (Serbo-Croati orientali) possiamo osservare, contrariamente ai C'akavci, un regolarissimo ritiro dell’accento sulla sillaba antecedente. Per questo avviene, che, come nello sloveno, non c’è alcuna sillaba lunga davanti alla accentuata, benché — e questa è una particolarità totalmente estranea allo sloveno, — vi sieno spesso lunghe inaccentuate dopo l’accentuate, sia lunghe, ossia brevi. Esempi:



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C'akavci:gorà‘monte,’vodà‘acqua,’kopàti‘scavare,’ec.
S'tokavci:gòraid.vòdaid.kòpatiid.,ec.
C'akavci:glāvà‘testa’,brādà‘barba,’plātjàti‘pagare,’ec.
S'tokavci:glávaid.brádaid.plátjatiid.,ec.
C'akavci:poznâ‘conoscerà,’napís'ēs'‘scriverai,’ec.  
S'tokavci:pòznāid.nàpīs'ēs'id.ec. (1)   

 Agli S'tokavci appartiene la massima parte dei Serbo-Croati.

 Fra gli Sloveni dobbiamo, secondo la mia opinione, distinguere prima di tutto due stirpi principali: occidentale-settentrionale ed orientale-meridionale. Su che sia fondata la differenza fra loro, non espongo qui, giacché non potrei nominare una differenza importante, come quella di cui feci menzione, distinguendo i Serbo-Croati occidentali ed orientali, e quindi dovrei enumerare diverse particolarità e necessariamente varcare i limiti, in cui dev’essere tenuta una notizia di questa sorta. Indico solamente due particolarità caratteristiche:

  1.  1) Nei dialetti orientali-meridionali la vocale lunga disaccentuata di molte parole davanti ad una accentuata (sia lunga o breve), si ha abbreviata, ed anzi qualche volta sparisce; invece nei dialetti occidentali-settentrionali, in simili casi, la vocale breve accentuata nella sillaba seguente ha perduto il suo accento, che si ritirò sulla vocale lunga, benché prima inaccentuata, della sillaba precedente.
  2.  2) Gli Sloveni orientali-meridionali hanno conservato davanti alle vocali e, i le primitive consonanti slave k, g, h (ch), mentre invece gli Sloveni occidentali-settentrionali le hanno cambiate: k in c' (ci), g in j, h in s' (sci); per es.: orient.-merid. kisli ‘agro, acido,’ roke ‘mani,’ noge ‘piedi,’ muhe ‘mosche,’ ec.; occid.-settentr. c'isli, roc'e, noje, mus'e, ec.


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 Gli Sloveni occidentali-settentrionali abitano la parte slovena di Carintia (oltre la valle di Gail), la Carniola superiore, la metà settentrionale della provincia di Gorizia (le contrade di Plezzo, Tolmino e Circhina), mentre molto più numerosi gli Sloveni orientali-meridionali si estendono dal Carso sino alla Ungheria, popolando una porzione della regione meridionale del Goriziano, le contrade del Triestino ed una parte d’Istria, la Carniola media (Notranjsko, Inner Krain), la Carniola inferiore (Dolenjsko, Unter Krain), un bel tratto della Stiria e finalmente un pezzetto dell’Ungheria. Alla stessa schiatta appartengono anche i così detti “Kajkavci,” tenuti da molti per un ramo particolare dei Serbo-Croati, ma rappresentanti piuttosto un prodotto della croatizzazione d’una parte degli Sloveni del ramo orientale-meridionale.

 Oltre queste due stirpi principali nei limiti del territorio sloveno scorgiamo diverse piccole schiatte, che non possono essere annoverate né ad una, né ad altra di queste due, e che quindi devono stare con loro in una relazione non di subordinanza, ma di coordinanza.

 Una tale schiatta, totalmente indipendente, abita le contrade della Gorizia (da Dornberg fino a Canale) ed i comuni di Prapotto e Castello del Monte (Stara Gora) nel distretto di Cividale, e di cui la particolarità caratteristica consiste nel cambiamento dell’antica vocale nasale slava ε (en, pronunciata come la francese in o come la friulana en), non in e, come presso gli altri Sloveni e presso i Serbo-Croati, ma in a; così per es.: non plésat ‘ballare,’ pét’k ‘venerdì,’ rep ‘coda,’ ec., ma plásat, patk, rap, ec.

 Accanto a questa schiatta ne sta un’altra, di cui la precedente sembra essere solamente una modificazione, e che riflette l’antica nasale slava ε (en) in una certa vocale oscura. La stessa vocale oscura vi fa le veci dell’a primitivo in tutte quelle parole, ove questo a è preceduto o seguìto da una consonante nasale m o n, per es.: máti ‘madre,’ kámnje ‘sassi,’ dnárje ‘danaro,’ e s. La gente, che parla questo idioma, vive vicino a Gorizia, anzi nelle parti slave di Gorizia stessa. Vi

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appartengono per es. Salcano, Pervacina, ec., molti villaggi nel Coglio, che quasi senza esclusione appartengono a queste due or nominate schiatte slovene.

 Finalmente, come fra gli altri molti popoli, così anche presso gli Sloveni troviamo dappertutto diversi sotto-dialetti, provenuti in forza dello sviluppo naturale, cioè del processo della naturale divergenza (natürlicher differenzirungsprocess), ossia in conseguenza della invasione delle diverse tribù nei diversi tempi, ossia anche della più o meno forte influenza degli elementi stranieri. Così, per esempio, abbiamo nel Goriziano e nella Carniola certi comuni, abitati dai Tedeschi slovenizzati (Deutschruth, Sterzisce, Podberdo, Sorza, etc.), che hanno formato un dialetto sloveno tutto diverso da quello dei loro vicini Slavi puri. Benché un tale nuovo dialetto sia slavo, pure allato al fondamentale elemento slavo, preso appunto dagli immediati vicini, l’elemento tedesco si manifesta nelle diverse parti di tale lingua.

 A questa categoria di dialetti misti appartengono anche, secondo la mia opinione, i dialetti resiani.

 Al fine di questa Memoria mi permetto aggiungere una tèsi generale sulla classificazione genetica delle lingue affini generalmente:

 Nell’analizzare le relazioni mutue fra le lingue affini, cioè nel classificare dal punto di vista genetico, si trascurarono quasi affatto le seguenti circostanze, secondo la mia opinione, assai importanti:

  1.  1) La possibilità degli incrociamenti dialettali al tempo delle migrazioni dei popoli. Così, per esempio, i gruppi affini dei dialetti A, B, C, D, ..., potevano consistere omai:
    Adei dialettia, a', a'', a''', ...
    B»b, b', b'', b''', ...
    C»c, c', c'', c''', ..., ec.;
    ma dopo, in forza della necessità storica, i divulgatori di questi dialetti, cioè le stirpi che li parlavano, dovettero cangiare il

    [p. 29]

    loro soggiorno, ed in questa maniera si è operato l’allontanamento dagli antichi parenti i più vicini, cosicché per esempio le parti a ed a'' del gruppo A poterono esser divise dalle altre parti (a', a''', ...) dello stesso gruppo ed esser messe in un più stretto legame geografico per esempio colle parti b' e b''' del gruppo B, che dal suo canto non rimase intatto, ma dovette dividersi, per esempio, in tre gruppi
    1o b,2o b', b''',3o b'', b'''',...
    Così, i dialetti a ed a'' d’una parte, ed i dialetti b' e b''' dall’altra, dopo esser venuti in un immediato contatto mutuo, da quel momento in poi si svilupparono insieme e subirono identiche o quasi identiche modificazioni, mentre i loro antichi parenti più vicini, dall’una parte a', a''', ..., dall’altra pure b, b'', ..., trovandosi nel contatto cogli altri dialetti, dovettero produrre anche uno sviluppo interno affatto diverso.
  2.  2) La necessaria influenza mutua delle lingue geograficamente avvicinate, benché anche totalmente diverse nella loro origine, che attribuisce a tutte queste lingue una impronta comune, mentre ognuna di loro pur conserva le sue particolarità individuali, ereditate dai tempi anteriori, naturalmente solo finché non si farà una piena mescolanza a vantaggio della più forte.
  3.  3) La possibilità dell’influenza delle lingue e dialetti di altra schiatta, che già cessarono d’esistere e sono stati assorbiti da una data lingua, ma che nulladimeno le hanno, per così dire, legate alcune parti della loro sostanza, — o, colle altre parole, la possibilità del riflesso delle lingue sparite non solamente nel lessico, copia verborum, delle lingue e dialetti ora esistenti, ma anche in alcune loro proprietà fonetiche e generalmente grammaticali.

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NOTE



[p. 14]

1. Un’altra e certo più giusta ed esatta caratteristica (definizione) dell’armonia vocalica finno-turca ha dato Böhtlingk nella Jenaer-Literaturzeitung, 1874, pag. 767. — Cfr. Eduard Sievers, Grundzüge der Lautphysiologie. Leipzig, 1876, pag. 137. (↑↑)



[p. 26]

1.

(↑↑)

Atti del IV Congresso Internazionale degli Orientalisti tenuto in Firenze nel settembre 1878 vol. 2
Firenze: Successori Le Monnier, 1881
pp. 3-29
http://purl.org/resianica/baudouindecourtenay/1881