Sull’appartenenza linguistica ed etnografica degli Slavi del Friuli

JAN BAUDOUIN DE COURTENAY

Signore, Signori,

 Prima di tutto vi prego di scusarmi per la mia parola poco scorrevole, che offenderà gli orecchi ed il sentimento linguistico dei miei uditori; vi prego di scusarmi anche per il contenuto del mio discorso, piuttosto superficiale ed incompleto.

 Di tali difetti valga a scusarmi prima di tutto il fatto, che non sono italiano ed ho imparato questa lingua piuttosto tardi e poco mi sono esercitato in essa; poi che non ebbi tempo di preparare il mio discorso in modo degno di così dotta adunanza, essendo stato occupato le passate settimane in parecchi altri lavori.

 Bisognerebbe anche che vi spiegassi perché io mi prendo la libertà di stancare la pazienza dei convenuti ad un congresso storico, radunato per celebrare la memoria di Paolo Diacono, con un tema, il quale non appartiene né alla storia, né allo studio dell’illustre longobardo. Ma Paolo Diacono fa più volte menzione degli Slavi nel Friuli, quindi questi hanno una certa attinenza collo storico dei Longobardi. Oltre a ciò un nostro egregio collega, il prof. Musoni, ha accennato in una sua Memoria appunto all’appartenenza linguistica degli Slavi del Friuli, riferendosi alle mie modeste ricerche e quasi domandando da me una spiegazione più minuta.

 Entrando nel mio tema, non devo tralasciare un punto molto difficile, e ciò per eliminare dalle nostre mutue

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relazioni la minima ombra di qualsiasi sospetto, di qualsiasi malinteso.

 Viviamo purtroppo in tempi, che, sotto qualche aspetto, troppo ci richiamano alla mente le barbarie d’una volta, in tempi nei quali alle guerre ed alle stragi, che una forza brutale moltiplicava senza misericordia e senza ritegno, sono sottentrati odii profondi e tenaci, generatori di lotte, incruente sì, ma non perciò meno fatali, che si combattono fra nazione e nazione con funestissime conseguenze per il benessere comune dell’umanità. In questi tempi, in cui si cerca solamente un emblema, un simbolo, un nome per fissarlo come bersaglio ai colpi del nostro odio contro il prossimo, in questi infelici tempi è sorto anche lo spauracchio del panslavismo, che per altro, è spauracchio soltanto per la gente ignorante, di limitato sapere e forse di coscienza poco candida. Ed è per questo che si deve lamentare una serie continua ed infinita di sospetti e di malintesi!

 Come il nome di Slavi è stato creato dagli stranieri — lo vedremo subito, — così anche il così detto panslavismo odierno è opera degli stranieri. Come l’antisemitismo, piaga dei nostri tempi, accresce fra gli ebrei il sentimento della mutua benevolenza e della necessità di difendersi contro il comune nemico, così pure l’antislavismo, che infierisce fra i popoli vicini, dà continuamente origine al così detto panslavismo.

 E proprio questo è il punto difficile, a cui io accennava poc’anzi. Per evitare quindi ogni malinteso, per accordarci nel nostro modo di vedere, per eliminare dal mio discorso ogni minima traccia di politica, debbo dichiarare i miei principii.

 Per fortuna non appartengo a quella specie d’uomini, i quali ci assicurano di esser pieni di amore, e nel loro modo di agire non mostrano che un odio profondo. Io non ho né amore, né odio; ho solamente il desiderio della verità: voglio vedere, osservare e, per quanto è possibile, spiegare. E se per caso ci troviamo in necessità di scendere sul terreno pratico, ecco, quali sono, espressi con tutta sincerità, i principii, dettati non dall’opportunismo, non dalle passioni e dagli appetiti politici, ma unicamente dal sentimento della giustizia:



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  1.  1o Riconoscendo i confini di tutti gli Stati come una vis major, come una forza maggiore, come un fatto stabile, e non evocando, per cangiare questi confini, lo spettro delle stragi, dei sacrifizii, delle rovine e di tutte le miserie umane, abbiamo pure il diritto e l’obbligo di domandare, che nei limiti di uno Stato la popolazione non sia per gli impiegati, ma gli impiegati sieno per la popolazione, che la popolazione non abbia da imparare la lingua degli impiegati, ma gli impiegati debbano imparare la lingua della popolazione.
  2.  2o Né il numero prevalente, né le classi dominanti hanno diritto di perseguitare il numero minore, ossia le così dette classi inferiori, tali sia per la loro origine etnica, sia per la loro condizione sociale.
  3.  3o Come non dovrebbero esserci uomini perseguitati, così pure non dovrebbero esserci schiatte perseguitate, popoli perseguitati, classi sociali perseguitate.

 In parecchi Stati vi sono popolazioni, schiatte, alle quali appartengono, quasi senza eccezione, quelli che sono costretti a lavorare faticosamente. E poiché finora, tutto sommato, in fondo all’anime nostre il lavoro si considera quale occupazione disonorante, la gente che lavora si ritiene come vile, come schiava e meritevole di esser disprezzata. Il sentimento del disprezzo e dell’odio mutuo si trasmette, per così dire, per tradizione. Un simile sentimento è prevalso anche nelle relazioni degli Slavi del Friuli coi loro vicini di altra provenienza.

 Sia come si vuole, in ogni caso è un fatto innegabile, che vi sono degli Slavi nel Friuli italiano; Slavi, cioè gente di origine slava e che finora parla questo o quello dei vari dialetti slavi. “Lingue slave” o “dialetti slavi” vuol dire lingue e dialetti, tra cui si scorge una maggiore attinenza ed affinità, che non tra queste e le altre lingue affini, cioè le altre lingue della stirpe ario-europea.

 Il nome “Slavo” esso stesso è di provenienza fortuita e si deve, come ho già accennato, agli stranieri. Questi stranieri e prima di tutto i Romani, dominatori di tutti gli altri popoli vicini, ricevevano i servi o schiavi per lo più dai paesi popolati da gente senza nome generico, e che perdura oggi nei così detti Slavi. Gli appartenenti a questa

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schiatta avevano per lo più nomi composti, il cui secondo elemento componente, che serviva di finale, si sentiva -slavŭ (maschile), -slava (femminile), corrispondente al greco -κλης (’Αγαϑοκλῆς, Θεμιστοκλῆς, Περικλῆς...). “Come ti chiami?” domandava il padrone ad uno schiavo o servo; e la risposta: Bogoslavŭ, Borislavŭ, Bronislavŭ, Jaroslavŭ, Miroslavŭ, Mistislavŭ, Stanislavŭ, Sulislavŭ, Sventoslavŭ, Velislavŭ, Vladislavŭ, Vlkoslavŭ... La prima parte di tutti questi nomi composti spariva per l’orecchio e per la memoria romana, e come impronta stabile rimaneva soltanto la finale -slavŭ, dalla quale si è formato nella bocca dei Romani il nome proprio Slavus, Sclavus. Con questo nome associavasi da una parte l’idea nell’ordine etnico, l’idea di gente di un certo linguaggio, dall’altra l’idea di un servo costretto a lavorare, l’idea dello ‘schiavo’ nel senso sociale. E per un Romano libero il lavorare era cosa disonorevole!

 Simile tendenza a generalizzare i nomi scorgesi anche altrove. Così, per esempio, le desinenze -ski, -cki, -wicz dei nomi polacchi, come Bogusławski, Dombrowski, Majewski, Zaleski..., Bieniecki, Kostecki, Krasicki..., Antoniewicz, Józefowicz, Rafalowicz..., servono per alcuni stranieri come generale designazione dei Polacchi: “Herr ski”, “Herr wicz”.

 Ai tempi del dominio austriaco nell’Italia settentrionale erano ivi di stanza, fra gli altri, anche tre reggimenti croati, il num. 1, 2, 8, detti ufficialmente, dai luoghi della loro provenienza primitiva (Lika, Otočac, Gradiška), Liccaner, Otočaner, Gradiscaner... Gli Italiani, i sentimenti dei quali verso quelle milizie non potevano essere troppo amichevoli, dicevano: “Gradiscani, Liccani, Ottocani — tutti cani”.

 Ma anche oggi noi possiamo scorgere un simile uso di generalizzare i nomi slavi, composti col secondo componente -slav. I ragazzi polacchi con un tal nome (Jaroslaw, Miroslaw, Swientoslaw...) possono essere chiamati in forma vezzeggiativa, tutti senza eccezione, Slawuś, forma quasi identica all’antico romano Slavus = Sclavus, sebbene gli affetti vicendevoli dei chiamanti e dei chiamati sieno qui e lì un poco diversi.

 Quanto poi allo assimilare un nome etnico a nome di mestiere, si rammenti, che per i Francesi suisse ‘Svizzero’, come pure per i Polacchi e per i Russi Szwajcar ‘Svizzero’

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vuol dire il ‘portiere, concierge’, per i Polacchi Wengier ‘Ungherese’ è un mercante girovago (col qual nome però si indicano non tanti gli Ungheresi, cioè i Magiari, quanto piuttosto gli Slovacchi dell’Ungheria, detti in Polonia Wengier ‘Ungherese’). Fra gli Slavi dell’Italia settentrionale e fra gli Sloveni vicini Karnjel “Karnjeu” ‘Cargnel’ (cioè ‘Carnico’, abitante della Carnia) significa ‘tessitore’. Gli Slavi del Friuli chiamano Voger ‘Ungherese’ chi va a mercanteggiare in Ungheria (“ki gre kupciavat u Vogherijo”). E come lo Svizzero non è solamente “portiere”, e come l’abitante della Carnia può anche fare un altro mestiere, e non soltanto il “tessitore”, così pure lo Slavo non è e probabilmente non sarà “schiavo” par excellence.

 La parola schiavo (proveniente dallo Slavus, Sclavus) ha subìto una curiosa variante nel ciao ‘servo’, saluto dei Lombardi, dei Veneziani e prima del 1859 anche degli ufficiali austriaci, di guarnigione in Italia.

 E così riteniamo per ipotesi molto verosimile, che Slavus, astratto da molti nomi slavi in -slav (slav, -slava) e cangiato, secondo le leggi dell’adattazione fonetica romanza, in Sclavus, schiavo, sclaf, esclave..., sia diventato nome etnico degli Slavi. I Romani hanno dato il nome al popolo slavo intiero, lo hanno, per così dire, battezzato. Dai Romani poi tolsero la loro propria denominazione generale gli Slavi stessi, sostituendo invece dell’a breve la vocale o, come avvenne anche in altre parole slave prese a prestito, ed aggiungendovi l’uno o l’altro suffisso slavo, designante l’abitatore di una data regione, di una data contrada o di un dato paese: Slovenin-, Slovenĭc-, Slovak-...

 Ammettendo una tale ipotesi sulla provenienza del nome Slavus, Sclavus, io vi vedo nello stesso tempo una prova dell’antichità del soggiorno degli Slavi in immediata prossimità ai Romani.

 Ma fra gli Slavi stessi si chiamavano “Slavi” da principio soltanto quegli Slavi, che confinavano coi popoli romanzi e con altri popoli occidentali. Come nome generico di tutta la schiatta, un tal nome, formato dai Romani, si è diffuso fra gli altri Slavi per mezzo della letteratura e della erudizione. Ed anzi finora né il popolo russo, né il popolo polacco ha un idea del suo “slavismo”. Durante

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la guerra coi Turchi nel 1877 i soldati russi, istruiti dagli ufficiali, dicevano che andavano a difendere i “Soloviani”, riferendo questa parola, per mezzo della così detta etimologia popolare, a solovòj ‘grigio’, solovèj ‘usignolo’. Ma perché andare così lontano? Gli abitanti sloveni della Carniola e del Goriziano poco tempo fa si chiamavano “Krajnci” ‘Carniolini’, “Goriciani” ‘Goriziani’, non adoperando affatto il nome di “Sloveni” per designar sé stessi.

 Ma sia come si vuole, allorché il nome “Slavo” finì una volta col diventare denominazione generale di tutta la schiatta, di tutta la stirpe, lo dovette accettare anche la scienza glottologica ed etnografica, la quale se ne vale come di simbolo comodo per il complesso di tutte le idee che vi si riferiscono.

 E la stessa scienza, avendo una volta accettato un tal nome, lo deve adoperare per indicar gli Slavi del regno d’Italia e prima di tutto del Friuli; (si avverta che vi sono Slavi anche nell’Italia meridionale).

 Ma questi Slavi d’Italia non sono adesso esclusivamente Slavi. Essi sono “Slavi” cum grano salis. Non m’importa qui la loro appartenenza al regno d’Italia, ché ciò riguarda la politica, e, come ho già detto, “lascio la politica ov’ella sta e parlo d’altro”, cioè parlo di appartenenza linguistica e di poliglottismo linguistico possibile di un popolo intiero. Molti di questi Slavi conoscono il friulano, come i Friulani stessi, quindi si possono dire Slavi e Friulani ad un tempo. Quasi tutti parlano ora l’italiano, alcuni perfettamente, quindi sono pure Italiani. Intendendo e parlando varie lingue, hanno anime, fecondate e popolate da diversi mondi linguistici, — giacché ogni lingua è un mondo, un sistema d’idee tutto diverso, e se non una scienza, almeno una cognizione a sé; — hanno anime, accessibili alle idee, utili o dannose, contenute nelle opere letterarie, scritte in ciascuna di queste lingue.

 In tal modo si scorge subito, che un uomo, il quale sappia più lingue, per ciò stesso appartiene a più popoli.

 Ma procediamo oltre. La stessa lingua ossia, più esattamente, gli stessi dialetti così detti “slavi” di questi Slavi del Friuli non constano solamente dell’unico elemento slavo, ma ne possiedono anche altri, come del resto la massima

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parte delle lingue del mondo. Questo è una conseguenza naturale della prossimità etnica, della vicinanza dei vari popoli. E non conviene dolersi, che sia così. L’avversione contro le “macchie”, cioè contro le impronte, lasciate nella nostra lingua dagli stranieri, è un’avversione da stolti e malaccorti. Ed anzi si può dire, che talvolta appunto la presenza in una data lingua di elementi glottici stranieri conferisce ad essa una forza, una efficacia particolare. Basta ricordare la lingua inglese, tutta composta di vari elementi glottici, e nondimeno tanto eloquente, tanto forte, tanto imponente in ogni riguardo.

 Parlando della appartenenza linguistica degli Slavi del Friuli, mi si presenta alla mente prima di tutto l’elemento slavo dei loro dialetti, benché non si possa negare, che qualche volta appunto lo strato intiero di una certa influenza straniera conferisce ad un linguaggio una impronta individuale (1) .

 Passiamo ora alla rassegna dei dialetti slavi del Friuli e procuriamo di definire tanto la loro affinità vicendevole, quanto pure la loro diversità. In quello, che io esporrò qui, non ci sarà nulla di nuovo, ché leggesi tutto nei miei lavori già pubblicati, dove ho recato le prove linguistiche delle varie affermazioni.

 I contrafforti (versanti) e le valli delle Alpi Giulie, come pure le colline ad oriente della strada ferrata, che conduce da Pontebba a Udine, sono popolati esclusivamente da abitatori di provenienza slava e che anzi finora parlano uno od altro dialetto slavo. Questi diversi dialetti formano quattro gruppi, e appartengono a quattro schiatte distinte.

  1.  a) Progredendo da Pontebba verso mezzogiorno, riscontriamo dalla parte orientale prima di tutto due valli, Dogna e Raccolana, popolate da Friulani, e non da Slavi. Ma nella terza valle, la valle di Resia, comincia la popolazione slava.
    In questa valle, come pure nell’altra, cioè la valle di Uccea, abita un popolo slavo del tutto speciale, il popolo resiano, che devesi distinguere tanto dagli Sloveni, quanto dai Serbo-Croati. Secondo la mia persuasione scientifica,

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    fondata sulle particolarità fonetiche, come pure su alcune altre proprietà di questa parlata — p. e. il modo di contare non solo decimale, ma anche vigesimale (“3 volte 20” — 60, “4 volte 20” — 80, “3 volte 20 e 15” — 75, ecc.) i Resiani ci presentano la continuazione storica di una fusione di diverse tribù slave con un altro elemento etnico, abbastanza forte, per lasciare nella lingua slava traccie indelebili. L’elemento slavo si è sovrapposto ad uno strato straniero. Quegli Slavi dovevano provenire da diverse tribù con diversi dialetti, giacché ancora oggi questo piccolo popolo di poco più di 4500 abitanti ci presenta notevoli diversità dialettali, così che dobbiamo distinguere quattro dialetti resiani, relativamente molto differenti. La differenza principale del Resiano dallo Sloveno e dal Serbo-Croato consiste appunto nel detto strato linguistico straniero (1) .
  2.  b) Procedendo verso mezzogiorno, troviamo nei distretti di Gemona e di Tarcento un’altra schiatta slava, cioè i Serbo-Croati, come continuazione dei Serbo-Croati dell’Istria e del Quarnero. A questi Slavi appartiene il più antico documento scritto, del secolo XV, contenente diversi legati per chiese e pubblicato e descritto dal defunto insigne slavista V. Oblak col titolo di “Das älteste datirte slovenische Sprachdenkmal” nel XIV vol. dell’Archiv für slavische Philologie. Ora riguardo alla tenacità etnica, questa popolazione è inferiore a tutte le altre tribù slave dell’Italia settentrionale: essa tende sempre più a friulanizzarsi, — in certo grado per opera del clero, ostile in parecchi di questi paesi alla nazionalità slava, — ed il confine etnografico si cangia progressivamente a pro dei Friulani. Non vi è niente né da ridere, né da piangere, né da rallegrarsi, né da dolersi; è un fatto storico-etnico da registrare e da studiarsi.
  3.  c) La terza e, rispetto alla tenacità etnica, la più robusta tribù slava nel Friuli è formata dagli Slavi del distretto di S. Pietro. Per quanto si sa dalla storia, i confini di questi Slavi sono rimasti finora gli stessi, come nei tempi più antichi, quando se ne fa la prima volta menzione sicura ed indubitabile, appunto da Paolo Diacono (sec. VI). Dal

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    lato dialettale ed etnografico io considero questi Slavi come risultato di una combinazione dell’elemento serbo-croato e dell’elemento sloveno, cioè come il fondersi di due elementi linguistici molto affini. La base primitiva è formata dallo stesso serbo-croato, che abbiamo già notato nei distretti di Gemona e Tarcento. In questo elemento serbo-croato spicca sempre più l’influenza slovena, la quale ha fatto i più grandi progressi appunto negli ultimi decenni. In ogni caso questi Slavi di S. Pietro formano in un certo grado un individuo etnico particolare. Come dialetto di transizione dall’idioma degli Slavi di Gemona e di Tarcento all’idioma degli Slavi di S. Pietro può esser riguardato il dialetto di Canebola e di Masarolis nel distretto di Cividale.
  4.  d) La quarta ed ultima tribù slava del Friuli italiano abita nel lembo estremo meridionale, in parecchi villaggi situati anche nel distretto di Cividale, ma nel lato opposto a quello occupato da Canebola e Masarolis, cioè nei contorni di Castello del Monte, di Prepotto e di Albana. Questi Slavi appartengono totalmente alla schiatta slovena, e la loro parlata non è che una continuazione del dialetto particolare di diversi abitati sulle colline di Gorizia, note sotto il nome di “Coglio”, e che si stende fino a Dornberg verso l’est e fino al di là del Canale verso il nord.

 Sarebbe una grande presunzione la mia, se volessi trovare un certo nesso fra gli odierni Slavi del Friuli e gli Slavi del Friuli, che, secondo la testimonianza di Paolo Diacono, lottavano coi Longobardi e furono sconfitti vicino al ponte del Natisone e nei contorni di Broxas. Ma nondimeno mi farò lecito di esporre qui una modesta supposizione.

 Come altri nomi di popoli e di schiatte, anche il nome “Slavi” poteva esser adoperato con diversi significati, ed indicare così gli “Slavi” pacifici ed agricoltori, come gli “Slavi” guerrieri e girovaghi. Gli “Slavi”, menzionati da Paolo Diacono, non erano stabiliti in questi paesi, e venivano soltanto dal nord, seguendo la corrente del Natisone, per invadere le fertili pianure del Friuli, nella quale impresa furono impediti dai Longobardi. Accanto a questi “Slavi” potevano fino da antichissimi tempi occupare le Alpi Giulie del Friuli altri “Slavi”, “Slavi” pastori e più

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o meno agricoltori, gente pacifica, che non faceva guerra né ai Longobardi, né a nessun altro popolo. Una tale popolazione pacifica ed umile, senza chiasso e fracasso, non era stata osservata dagli antichi storici, per i quali erano meritevoli di nota soltanto quelli, che versavano il sangue e rapivano la proprietà altrui. Una di tali tribù, desiderosa di guerresche conquiste, erano appunto gli “Slavi”, nominati da Paolo Diacono. Essi potevano esser, secondo la terminologia scientifica d’oggi, gli “Sloveni” dell’Isonzo, mentre l’odierno distretto di S. Pietro poteva esser occupato da pastori ed agricoltori “serbo-croati”, come antica immediata continuazione etnografica degli abitanti slavi degli odierni distretti di Gemona, di Tarcento e di Cividale (Canebola e Masarolis). E chi sa, se i successori dei guerrieri “sloveni”, menzionati da Paolo Diacono, non abbiano fatto più tardi altre invasioni nel paese dei pacifici “Serbo-Croati”, e che non li abbiano resi fino a un certo grado loro sudditi? Con ciò si spiegherebbe la fusione dell’elemento linguistico sloveno coll’elemento serbo-croato presso gli abitanti del distretto di S. Pietro al Natisone (o S. Pietro degli Schiavi). Anche lo spirito guerresco di questo distretto, coltivato con tanta abilità dalla Reppublica Veneta e manifestato nelle lotte per la indipendenza d’Italia contro il dominio austriaco, potrebbe spiegarsi coll’ammettere una forte influenza degli invasori “sloveni”, mentre i pastori ed agricoltori “serbo-croati” dei distretti di Gemona e di Tarcento, tra i quali non prevalse tale influenza guerriera, per cui sono rimasti sempre una popolazione mite e poco pugnace.

 Ma lasciamo simili supposizioni e torniamo allo stato presente.

 Abbiamo trovato nel Friuli italiano quattro diverse schiatte slave:

  1.  1o gli Slavi della Resia,
  2.  2o gli Slavi del Torre,
  3.  3o gli Slavi del Natisone,
  4.  4o gli Slavi del Judrio.

 Nell’aspetto scientifico, glottologico ed etnografico dobbiamo distinguere queste quattro schiatte e riguardarle come diverse. Ma sarebbe un errore pensare, che le differenze

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fra questi idiomi sieno grandi, quali si scorgono p. e. fra le diverse lingue romanze. Ad eccezione dei dialetti resiani, i quali domandano un certo tempo per poter essere intesi, tutti gli altri Slavi del Friuli, nelle tre enumerate sfumature, si possono capire mutuamente senza nessuna difficoltà. Le differenze fra questi idiomi, compreso il resiano, non sono punto da paragonarsi colle differenze non soltanto fra il friulano e l’italiano, come lingue diverse, ma altresì p. e. fra i dialetti di Venezia e di Milano, o fra quelli di Roma e di Napoli; anzi si può dire con tutta esattezza, che un Bellunese od un Veronese capisce con molto maggiore difficoltà il dialetto di Milano, che non un Resiano il dialetto di S. Pietro. Ma, quanto alla derivazione, tenendo conto dei primordii dello svolgimento glottico in diverse direzioni, siamo obbligati a distinguere nel Friuli italiano quattro diversi territorii slavi.

 Ecco, signori miei, la mia opinione sulla appartenenza linguistica ossia glottologica degli Slavi del Friuli nei confini dello Stato Italiano. Per non stancare la Vostra pazienza non posso convalidare questa mia opinione con più lunghi ragionamenti, che per altro sarebbero forse superflui in una adunanza di rappresentanti delle scienze storiche. Donde siano venute in questi paesi queste diverse tribù slave, quando vi sieno venute, io non so né posso saperlo. Il mio modesto proposito si riduce nel presentare un saggio ad un tribunale di dotti storici, ai quali poi spetta risolvere tali questioni.

J. Baudouin de Courtenay

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NOTE



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1. Ciò che segue non era stato posto in carta, e io lo improvvisai, valendomi di una carta geografica. Adesso riproduco questa parte del mio discorso, affidandomi alla memoria, e abbreviandola. (↑↑)



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1. Per gli Italiani ha pubblicato un esatto studio il Dott. Giuseppe Loschi: Resia, paese, abitanti, parlate. Saggi di letteratura popolare. Udine, tipografia del Patronato, 1898. (↑↑)

XI Centenario di Paolo Diacono: atti e memorie del congresso storico tenuto in Cividale nei giorni 3, 4 e 5 settembre 1899
Cividale: Tipografia Giovanni Fulvio, 1900
p. 197-207
http://purl.org/resianica/baudouindecourtenay/1900